Il problema dell’onestà è quello del sapere

(pubblicato in versione ridotta su il Manifesto del 5/09/2017)

Oggi, nel primo giorno di settembre e con la riapertura del tempo dell’operosità, io e una mia amica ci siamo incrociati di buona mattina. Lei andava al primo collegio dei docenti del nuovo anno scolastico, io in uno degli uffici della burocrazia statale; entrambi, ci siamo detti, incontrandoci, avevamo da risolvere questioni piuttosto semplici. Semplice e indolore il suo collegio, semplice e indolore la mia pratica.

Per me la mattinata si è andata via via complicando. L’incertezza su un nodo di lana caprina di una prima impiegata ha coinvolto lentamente la consultazione dei suoi colleghi di stanza fino poi a estendere il cartesiano dubbio iperbolico fino ai capisquadra (loro in verità li chiamavano capiteam) dei piani superiori; più si consultavano e più il problema assumeva dimensioni iperboliche. Sta di fatto che, dopo una mattinata, nessuno ha saputo sciogliere la questione e mi hanno detto che la strada da percorrere sarebbe stata quella di protocollare la pratica e aspettare, loro, di avere lumi dal ritorno del capoarea (superiore del caposquadra).

Nel frattempo, l’amica che avrebbe dovuto anche lei risolvere la questione del collegio dei docenti in breve tempo, mi scriveva da scuola. Parole di contrordine rispetto a quanto mi aveva detto nel breve incrocio mattutino. Il collegio si stava avvitando anche lì in una questione paradossale. Nella riunione dei docenti con la dirigente scolastica (la capoarea!) per l’assegnazione delle classi, questione fino a ieri risolta ancora con i criteri ortodossi (di “retta opinione”) della continuità didattica,  è stato rinvenuto un nuovo principio guida nel conferimento delle cattedre: quello della richiesta esplicita dei genitori di alcuni docenti piuttosto che di altri. E, a stupirsi, nella richiesta di docenti ritenuti meno severi e più indulgenti rispetto alle debolezze dei propri figli. Tanto che, alla sana proposta della mia amica di firmare una lettera scritta sull’onda della ripulsa didattica, si sono sottratti una buona parte dei docenti (sempre pronti a lamentarsi sulla pubblica e anonima piazza in maniera indirettamente proporzionale alla volontà e al coraggio dell’azione nei collegi dei docenti).

Morale della favola, o meglio, delle favole; la mia nell’ufficio e quella della mia amica nella sua scuola: l’apocalisse che sempre di più si profila per la vita pubblica del nostro Paese non è di carattere morale e da sciogliere al grido dell’invocata onestà come urlano gli squarciagola di moda (ma forse più nemmeno troppo) in questa contingenza storica. Dietro il problema morale, come ci convinciamo sempre più nel segno di antiche meditazioni socratiche, si cela piuttosto un problema, che aprirà presto le porte all’apocalisse vera e propria per questo Paese, di ordine intellettuale. In questo Paese non si trova più quasi nessuno, dagli uffici agli ospedali alle scuole, che sappia fare il lavoro per cui è stato assunto e ancora prima diplomato e laureato. E la priorità del problema della conoscenza si risolve solo poi in seconda istanza nella dimensione morale: qualsiasi individuo, riteniamo, tiene la schiena dritta solo quando pensa di avere qualcosa prezioso da difendere, il sapere, il piacere che questo sapere, teorico o tecnico che sia, gli procura; ma se questo sapere (e con esso il piacere) non lo ha, allora non gli costa niente vendersi o più semplicemente inciuciare nella ‘logica’ del do ut des anche con il peggiore interlocutore vituperato sulla pubblica e anonima piazza; perché nel baratto fra ignoranza e favoritismi non ha che guadagnarci.

L’Italia dei disonesti, a chi voglia guardarla nel controluce della sua fisionomia strutturale in ogni sua declinazione della vita ‘associata’, si configura sempre di più come l’Italia degli ignoranti.

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