L’enciclica e i Greci

(pubblicato su ”il Riformista” del 19/9/2006)

Il tema dei rapporti fra eros greco e agape cristiana rientra nei miei specifici interessi di studio e così ho letto con molto interesse la prima Enciclica, Deus est caritas, del nuovo pontificato. Nei primissimi capitoli, in particolare nel capitolo quarto, il documento svolge una dettagliata analisi del concetto che i Greci ebbero dell’amore, dell’eros appunto. L’amore greco, secondo il testo, si risolverebbe “innanzitutto” in uno stato di ebbrezza e di indisciplina attraverso cui, nel tempio, gli uomini schiuderebbero la loro via estatica verso il divino. Ebbene, tutto ciò non può certo non destare qualche perplessità. Che nella civiltà greca i riti di comunione con gli dei avessero caratterizzazioni molto differenti da quelle che avrebbero avuto successivamente i riti cristiani è fuori di dubbio. Di qui, però, a risolvere la religione e, con essa, la civiltà greca nella cifra della smodatezza erotica ne corre molto. Innanzitutto, va ricordato come proprio nel tempio di Delfi, la più alta istituzione religiosa a cui i Greci facevano riferimento, oltre all’inscrizione che invitava gli uomini a conoscere se stessi, vi fosse scolpito un altro principio che indicava il senso di questo conoscere e la via del costume quotidiano: meden agan, niente di troppo, era uno degli ammonimenti che il dio comandava e di cui i cittadini greci sentirono sempre la forza nella loro interiorità. Non fu, forse, la civiltà greca, sulle orme della sua religione, la civiltà che fece della hybris, della tracotanza, il vizio peggiore in cui gli uomini potessero incorrere? E questo sia detto appunto per la religione. Non bisogna però tralasciare la filosofia che, proprio sull’eros, si dispiegò con alcuni fra i capolavori più alti a cui l’uomo abbia dato origine: i dialoghi di Platone, e penso in particolare al Simposio e al Fedro. Nel Simposio platonico, l’eros, più che nella smodatezza dell’ebbrezza, risolve il suo concetto nella filosofia stessa; quella filosofia che, sola, ha il compito di indicare all’individuo e alla polis la via della giustizia, la via di una vita ben ordinata. Nel Fedro, poi, Platone si adopera con tutta la sua forza filosofica e letteraria per spiegare, attraverso uno dei suoi miti più famosi, le possibilità dell’eros e la venatura in cui esso va coltivato. Il famoso auriga della biga alata, simbolo della razionalità, deve tenere ben salda la briglia del suo cavallo nero, il simbolo della concupiscibilità e degli istinti, perché il destriero bianco, simbolo della animosità e della fierezza, possa volgere il volo verso il cielo etereo del divino. Questo, insomma, per l’eros greco. Quanto all’agape cristiana, non vi è dubbio, che essa abbia dischiuso all’uomo un orizzonte nuovo. Basta leggere, oltre ai Vangeli, l’inno all’agape in cui si produce Paolo di Tarso nella sua Prima Lettera ai Corinzii per cogliere il valore rivoluzionario che il nuovo amore porta con sé nel suo annuncio. E’ un valore che ha in sé la propria forza e proprio per questo non riteniamo che abbia bisogno di testimoniarla negando la bontà dell’esperienza greca o, come sembra tuttalpiù concedere il nuovo pontefice nel suo ultimo discorso di Ratisbona, inverandola.

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