Socrate

Videolezione su Socrate e testi platonici sui concetti centrali attraverso cui si snoda la videolezione

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La ricerca, il sapere di non sapere, la virtù, l’intelligenza, il dialogo

1. L’INIZIO DELLA RICERCA SOCRATICA

Socrate nacque ad Atene nel 469 a.C. da uno scultore, Sofronisco, e una levatrice, Fenarete. Non si allontanò mai da Atene se non per combattere nelle battaglie di Anfipoli, Delio e Potidea in difesa della sua città. Le vicende e la ricerca socratiche hanno quindi il loro orizzonte esaustivo nell’ambiente cittadino ateniese: la sua educazione, la sua ricerca, fino al celebre epilogo del processo in cui fu coinvolto nel 399 a.C. con le accuse di corrompere i giovani e non credere agli dei della città e alla conseguente condanna a morte. Delle vicende del processo e della stessa filosofia socratica ci dicono Platone, Senofonte, Aristofane e Aristotele e dei loro documenti bisogna servirsi perché invece Socrate non scrisse nulla. E di questi documenti bisogna servirsi innanzitutto per capire il motivo da cui prese le mosse la ricerca socratica: l’oracolo di Delfi aveva infatti rilasciato un vaticinio per cui aveva indicato proprio in Socrate il più sapiente di tutti i Greci e così il filosofo ateniese cominciò la sua ricerca per chiarire quale fosse il senso del responso del dio.

Certamente voi conoscerete Cherefonte. Costui fu mio amico dalla giovinezza e fu amico del vostro partito democratico e in quest’ultimo esilio venne in esilio con voi e con voi ritornò. E sapete anche che tipo era Cherefonte e come era risoluto in ogni cosa che intraprendeva. Ebbene, un giorno, recatosi a Delfi, ebbe l’ardire di interrogare l’oracolo su questo: Cherefonte domandò se c’era qualcuno più sapiente di me. La Pizia, sacerdotessa del dio Apollo, rispose che non c’era nessuno più sapiente di me. [...] Dopo che ebbi udito il vaticinio feci le seguenti considerazioni: che cosa dice il dio e a che cosa vuole alludere per enigma? Infatti io chiara la coscienza, per quanto mi riguarda, di non essere sapiente, né molto né poco. Allora che cosa intende dire il dio, affermando che io sono sapientissimo? Certamente non dice menzogna, perché questo per lui non è lecito. E per molto tempo rimasi imbarazzato su quello che il dio intendesse dire. In seguito, con fatica intrapresi a fare una ricerca [...]

Platone, Apologia di Socrate, 20e – 21c

Nell’atteggiamento di Socrate di fronte al responso di quella che per i Greci era la più alta istituzione religiosa vi è già, in nuce, tutta la sua filosofia: ogni affermazione, anche quella che viene dalla istituzione religiosa più alta e degna di essere creduta, va sottoposta al vaglio di una paziente e minuziosa analisi critica; nessuna nozione deve essere accettata o scartata, nel sapere umano, in maniera dogmatica senza che su di essa sia stato condotto l’esame critico della ragione; come scandice l’ultimo passo del brano che abbiamo letto, senza che vi sia stata una ricerca per quanto faticosa essa possa essere.

 

2. IL SAPERE DI NON SAPERE

La ricerca di Socrate intorno al responso dell’oracolo, che lo aveva indicato come il più sapiente fra i Greci, prese le mosse dal dialogo del filosofo con coloro che in Atene erano stimati sapienti per individuare qualcuno che fosse più sapiente di lui: in questo senso Socrate esaminò gli uomini politici, i poeti e gli artigiani ma la nota comune che, attraverso diverse vie, individuò in questi uomini fu quella che essi credevano di sapere ma in realtà non sapevano. Capì allora cosa volesse intendere il dio quando indicò il in lui il più sapiente: fra i Greci egli era il solo a sapere di non sapere, vale a dire, a sapere che l’uomo che voglia conoscere deve innanzitutto spogliarsi di un presunto sapere acquisito in maniera dogmatica e poi costruire attraverso l’esercizio della ricerca il vero sapere; deve spogliarsi del pregiudizio per costruire lentamente l’abito del giudizio. Giudicare significa attribuire un predicato a un soggetto e ciò può avvenire solo in forza di un’analisi razionale che invece tolga di mezzo quelle che sono solo credenze infondate. Vi è un passo emblematico che rende bene conto della distinzione fra la presunzione del sapere e il vero sapere: il passo del dialogo dove il giovane Menone, sicuro di conoscere in che cosa si risolva la virtù, prende lentamente coscienza, per opera della confutazione socratica, di essere in possesso di un sapere che lascia presto il posto al dubbio e all’incertezza. Si legge appunto nel Menone:

SOCRATE – Rispondimi, dunque, ancora una volta da capo. Che cosa dite che è la virtù, tu e il tuo amico? MENONE – O Socrate, avevo udito, prima ancora di incontrarmi con te, che tu non fai altro che dubitare e che fai dubitare anche gli altri: ora, come mi sembra, mi affascini, mi incanti, mi ammalii completamente, così che sono diventato pieno di dubbi. E mi sembra veramente, se è lecito celiare, che tu assomigli moltissimo, quanto alla figura e quanto al resto, alla piatta torpedine marina; anche essa, infatti, fa intorpidire chi le si avvicina e la tocca: e mi pare che, ora, anche tu abbia prodotto su di me un effetto simile. In fatti io ho l’anima e la parola intorpidite e non so più che cosa risponderti. Eppure, più e più volte ho tenuto numerosi discorsi intorno alla virtù e di fronte a molte persone e molto bene, come almeno mi sembrava; ora, invece, non so neppure dire che cos’è.

Platone, Menone, 79e – 80b

Come si evince chiaramente da questo passo il primo momento di un vero sapere è quello per cui entrano in crisi quelle conoscenze che sono state acquisite in maniera acritica e che, sotto il pungolo della confutazione razionale, si rivelano conoscenze che non sono intessute di un solida architettura logica che le renda capaci di dare ragione di se stesse. In questo senso, lo ripetiamo, si deve intendere il sapere di non sapere che valse a Socrate il responso dell’oracolo che lo indicò il più sapiente fra i Greci: solo chi sa di non sapere è spinto verso una puntuale indagine razionale che mette capo a quello che è il vero sapere; chi crede di sapere rimane invece schiavo di quei pregiudizi che lo distolgono dall’attività della ricerca. Quindi, per concludere, una puntualizzazione: lo stesso sapere costruito attraverso l’indagine razionale deve continuamente rendere conto della sua bontà e non può mai pretende di essere acquisizione data una volta per tutte e che possa proporsi e imporsi in maniera dogmatica.

 

3. LA VIRTU’ E L’INTELLIGENZA

La ricerca socratica tralasciò del tutto quelle che erano state le preoccupazioni cosmologiche e ontologiche dei presofisti e si rivolse totalmente al problema morale: i suoi dialoghi con i cittadini ateniesi furono permeati della preoccupazione di rinvenire i veri profili di quelle che per i Greci erano le virtù cardinali e così, nei dialoghi giovanili di Platone, la scena è quella del maestro che si occupa di definire puntualmente in che cosa consistano la giustizia, la santità, la temperanza e il coraggio. I quattro dialoghi in cui il filosofo conduce, insieme ai suoi interlocutori, l’analisi su queste virtù finiscono però tutti con delle aporie; non si giunge in essi a delle conclusioni positive. Sennonché questi epiloghi, lungi dal rappresentare uno scacco per la ricerca, ne indicano piuttosto una prima via: le virtù non devono essere ricercate su un piano particolare ma giustizia, santità, temperanza e coraggio sono manifestazioni di un’unica virtù, l’intelligenza. Solo l’uomo intelligente sa infatti discernere gli atti giusti da quelli ingiusti, quelli santi da quelli empi, quelli temperanti da quelli tracotanti, quelli coraggiosi da quelli pavidi. Su questi temi si dispiega l’intera riflessione di Socrate nel Protagora, dialogo giovanile di Platone, ma il passo che ci dà in maniera più stringata e incisiva quanto abbiamo detto finora si può leggere nel Fedone dove Socrate risponde al giovane Simmia proprio sul tema della virtù.

O caro Simmia, sta bene attento che l’unica moneta autentica, quella con la quale si devono scambiare tutte le cose, non sia piuttosto l’intelligenza, e che solo ciò che si compra e si vende a prezzo di intelligenza e con l’intelligenza sia veramente coraggio, temperanza e giustizia e che, insomma, la virtù sia solo quella accompagnata dall’intelligenza.

Platone, Fedone, 69b

In queste poche battute di quello che è un dialogo platonico della maturità si legge il senso intero della filosofia di Socrate: il suo scopo ultimo è quello della ricerca della virtù e questa ricerca approda alla convinzione strutturale per cui le singole virtù non sono che della manifestazioni di una virtù unica e questa virtù unica si risolve completamente nella intelligenza.

 

4. L’INTELLIGENZA E IL DIALOGO

Per Socrate, dedito alla ricerca morale sulla virtù, fu risultato assiomatico la risoluzione della virtù, di ogni singolo atto virtuoso, nella intelligenza e quindi nella conoscenza. Sennonché, per giungere nel cuore della filosofia socratica, bisogna intendere come il filosofo ateniese intendesse la conoscenza; quale fosse la sua origine. I dialoghi di Platone documentano in maniera emblematica come anche su questo punto il maestro avesse le idee molto chiare: la conoscenza, per Socrate, si può leggere nelle pagine giovanili del discepolo, si risolve completamente nel dialogo fra gli uomini. L’uomo non apprende, per Socrate, se non in quella continua ginnastica dell’intelligenza che è il dialogare con i suoi simili. E, per questa via, si giunge a quella che è l’intima essenza della riflessione socratica: il dialogo non è per gli uomini solo lo strumento con cui essi si elevano dal piano dell’ignoranza a quello della conoscenza e, in particolare, al piano della conoscenza della virtù. Il dialogo è, per Socrate, la dimensione in cui ogni uomo accetta l’altro come suo interlocutore paritario e realizza così quello che è il bene più alto a cui egli possa giungere: la virtù della consapevolezza di essere un uguale fra uguali e di inserirsi solo a questo titolo in quella che è l’autentica essenza della vita fra i suoi simili. Non si deve dunque avere timore nel dire che, se la democrazia rappresenta il risultato più alto sul piano delle conquiste istituzionali per l’Atene del V secolo, la filosofia socratica si costituisce sicuramente come la analoga vetta per ciò che riguarda la sfera della riflessione. La stessa città che arrivò a condannare a morte il filosofo fu quella che costituì l’alveo esclusivo in cui il suo pensiero poteva avere origine e poteva dispiegarsi; e di ciò ne è testimone lo stesso Socrate quando non approfittò della possibilità di sfuggire alla pena di morte a cui la città lo aveva condannato proprio in virtù della consapevolezza dell’intimo legame della sua filosofia con la storia della vita pubblica ateniese. Riportiamo così, qui di seguito, un passo dell’Apologia di Socrate platonica in cui il filosofo indica come il bene maggiore che vi sia per l’uomo si risolva completamente dell’orizzonte del dialogare e, di seguito, un passo del Critone in cui, nel momento della possibilità della fuga dal carcere, Socrate immagina un dialogo con le stesse leggi di Atene attraverso cui si dispiega la sua piena consapevolezza dell’intimo legame della sua filosofia con la sua città.

Se poi vi dico che il bene più alto che vi sia per l’uomo è per avventura proprio questo, il discutere ogni giorno intorno alla virtù e intorno a quegli altri argomenti di cui mi avete ascoltato discutere, mentre esaminavamo me stesso e gli altri, e che una vita in cui questo esame non si attua non è degna di essere vissuta dall’uomo, allora voi credereste ancor meno a quel che dico. Ma le cose stanno proprio così, come le ho dette, o giudici, sennonché non è facile persuadervene.

Platone, Apologia di Socrate, 38a

SOCRATE – Prova, allora, o Critone, a metterla così. Poniamo che mentre siamo lì lì per fuggire di qui venissero le leggi e la città tutta, si piazzassero davanti a noi e ci chiedessero: “Di’, Socrate, che cosa hai in mente di fare? Quale può essere il tuo intento, con questo gesto, se non di fare quanto ti è possibile per distruggere noi, le leggi, e la città intera? … O pensi che possa sopravvivere, e non essere sovvertita, una città in cui le sentenze pronunciate non hanno efficacia, e possono essere invalidate e annullate da privati cittadini?”. Cosa rispondere, o Critone, a queste o simili domande? Certo, ci sarebbe molto da dire in difesa della legge che violerei, che impone che le sentenze pronunciate abbiano vigore. E fra queste risposte diremmo: “la città ci ha fatto un’ingiustizia, emettendo una sentenza scorretta”? Diremmo questo o che altro? CRITONE: Ma questo, o Socrate, per Zeus! SOCRATE Ma supponiamo che le leggi dicessero: “Ma Socrate, è questo che rientrava nei nostri accordi, o non piuttosto l’impegno di rispettare i giudizi della città?” Se a queste parole facessimo mostra di meravigliarci, potrebbero aggiungere: “Invece di meravigliarti di quello che diciamo, Socrate, rispondi (sei ben abituato a far uso di domanda e risposta). Su, hai qualcosa da rimproverarci a noi e alla città, che ti dai da fare per la nostra rovina? Non ti abbiamo dato noi la vita, tanto per cominciare, non è grazie a noi che tuo padre ha preso in moglie tua madre, e ti ha generato? Di’ un po’, a quelle leggi fra noi che governano i matrimoni, hai da fare qualche rimprovero?”. “Nessuno” direi io. “Ce l’hai allora con quelle che regolano la crescita e l’educazione dei figli, in cui sei stato cresciuto anche tu? Non erano giuste le direttive che la legislazione in materia dava a tuo padre, prescrivendogli di educarti nella musica e nella ginnastica?” “Ma sì” direi ancora “E allora, dopo essere stato generato, allevato ed educato, avresti il coraggio di negare – tanto per cominciare – di essere creatura e schiavo nostro, tu come pure i tuoi antenati? [...] E con tutta la tua sapienza non ti rendi conto che la patria è più preziosa sia della madre che del padre e di tutti gli antenati, e più sacra, più degna di considerazione da parte degli dèi e degli uomini assennati; e che le si deve obbedire e servirla anche nelle sue ire, più che un padre? E che l’alternativa è fra persuaderla o eseguire i suoi ordini, soffrendo in silenzio se ci impone di soffrire, si tratti di essere battuti o imprigionati, o anche di essere feriti o uccisi se ci manda in guerra; e bisogna farlo senza arrendersi né ritirarsi né lasciare la propria posizione, perché sia in guerra che in tribunale, dappertutto va fatto ciò che la città, la patria comanda a meno di non riuscire a persuaderla di dove sta la giustizia? … Se è un’empietà usar violenza contro il padre e la madre, tanto più lo sarà contro la patria.” Cosa potremo replicare a questo discorso, Critone? Che le leggi dicono la verità o no? CRITONE – Mi pare di sì.

Platone, Critone, 50a – 51 c

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