Res Publica
GIUSEPPE CAPPELLO. INTERVENTI PUBBLICATI SU IL RIFORMISTA, L'UNITA', LA REPUBBLICA, LA STAMPA, IL FATTO
INDICE. [Gli articoli - al contrario dell'indice - sono esposti dal più recente al più datato]. L'Enciclica e i Greci. La teoresi di Ratisbona. Il Partito democratico e Hegel. La fine della Rivoluzione. Dico caritas est. Il sabato di Nuvoli. Il controcanto di Pertini. La lezione di Serse. La chimera della Binetti. I richiami della democrazia. Colonnelli o caporali. Della pena e dei delitti L'Europa e la filosofia. Elezioni politiche 2008: la vera tragedia. Il Berlusconi storico. Globalizzazione: destra e sinistra. Apolidi di sinistra. Rovescio canonico. Scuola: unica riforma la cultura. Ricordo del Professor Giannantoni. La Gelmini contromano. I socialcapitalisti. Alitalia: prodotto strutturato. Il respiro dell'intelligenza. Eluana: l'abdicazione alla Parola. Il Partito democratico e l'Europa. Il latino e i conti della serva. I cieli di Israele. Dall'albero alla neocorteccia. Cinque in condotta. Tiritere trite e ritrite. La Farfalla e il Biscione. Il catto-consumista. Il Berlusconi storico. Terrorismo: i nuovi timori. Terremoto: fra rispetto e riflessione. Il paese della parodia. Sinistra ed evoluzione. Elezioni europee 2009: la scelta a sinistra. Sinistra: l'ultimo augurio. Il crepuscolo del quattro novembre. Marino: un medico per il Pd. Obama e Berlusconi. Amarezza tricolore. La beffa della Repubblica. La dialettica del cattolicesimo. Insegnanti precari e segretari del Risiko. L'apolitica del territorio. L'elemosina dell'anonima evasori. L'errore del Pd. L'esame della Repubblica. L'uomo di Copenaghen. Il sacrificio del latino. Morgan e Socrate: un'obiezione a Piero Sansonetti. Istruzione privata e formazione politica. Il liceo del buon selvaggio. Il riscatto della sinistra. Concita De Gregorio: Il costume del secolo - Giuseppe Cappello: la scelta del costume, polis o territorio. Bertone e lo scisma del terzo millennio. Le elezioni inglesi e lo spirito del Cavaliere. Le beatitudini e il regno di Sky. Marx, Tremonti e Pomigliano. Platone e i fantasmi fra le cricche.Ricordo del Professor Francesco Valentini. Gheddafi e la decostruzione dello stato borghese. Sarah, la Grande Iena e Ungaretti. Stefano Cucchi e Ruby: due corpi e due misure. Il Leoncavaliere. Se Berlusconi piange, Bersani rifletta. La società chiusa e i suoi amici. Scuola: fra e emozione e ragione (una risposta a Marco Lodoli) NEW Scuola: quel pomeriggio di un giorno da precari. Mentana, Gheddafi e er Pelliccia. Bocciatura per il ministro Profumo. NEW Scuola: idee per una razionalizzazione didattica ed economica NEW

SCUOLA. IDEE PER UNA RAZIONALIZZAZIONE DIDATTICA ED ECONOMICA
(pubblicato su "il Riformista" del 12/02/2011)
Caro direttore,
un paio di settimane fa ho criticato alcune idee di riforma della scuola che il ministro Profumo aveva espresso durante il suo intervento a “Ottoemezzo”. Erano critiche espresse da un tecnico, le avevo fatte nel segno della mia esperienza decennale di insegnante precario di filosofia e storia al liceo, sui propositi del tecnico Profumo. Sennonché quando si critica, oltre ad assumersi l’onere dell’argomentazione della critica, che spero di aver esaurientemente evaso nel mio scorso intervento, bisogna poi prendersi in carico anche il dovere della proposta. E’ ciò che, nel mio piccolo, vorrei provare a fare nelle righe che seguono. Avevo criticato l’incongruenza di alcune idee di Profumo con il profilo generale della manovra economica e cercherò allora, innanzitutto, di toccare un argomento che credo possa essere anche di una qualche utilità economica oltre che didattica. E' da anni che la scuola pullula di iniziative extracurriculari che hanno preso il nome tecnico di “progetti” in virtù dei quali gli studenti, a mio avviso, sono portati ad una bulimia di iniziative che li deconcentra rispetto ai fondamentali dell’impegno scolastico. I ragazzi, già in difficoltà a tenere ferma la barra dell’impegno e della concentrazione, sulle materie curricolari, vengono catapultati all’interno di vere e proprie bufere di cui lo stesso Eolo faticherebbe a tenere il conto e il senso. Innanzitutto all’interno di una performativa, come si direbbe nell'odierno linguaggio dei politecnici, bufera olimpionica: olimpiadi di matematica e di fisica, di greco e di latino, di scienze, di storia dell’arte e così via; quindi una serie di iniziative nel segno della retorica del rapporto della scuola con il territorio; corsi per il patentino di idoneità alla guida dei ciclomotori e laboratori musicali di ogni genere fino al parossismo, un esempio fra i molti, della settimana al circolo velico. Su questo punto, a mio avviso, si dovrebbe intervenire e riportare la scuola alla propria natura: la coltivazione concentrata dell’intelligenza sui fondamenti del sapere umano grazie a cui poi, veramente, i ragazzi avrebbero la forza e la libertà intellettuale di esperire gli stessi territori extrascolastici. E, sarebbe una direzione, questa, che oltre a giovare dal punto di vista didattico si inserirebbe in maniera congruente e intelligente nel risparmio che ognuno di noi è chiamato a fare ai fini dell’uscita dalla crisi economica (i progetti che vengono finanziati sono nell’ordine del centinaio in ognuna delle migliaia delle scuole superiori che si contano in Italia). Quindi, un secondo punto, sempre all’insegna dell’utilità didattica ed economica: un altro elemento del disorientamento degli studenti, lamentato innanzitutto da loro stessi, è la discontinuità nel riferimento al corpo docente. L’esercito dei professori con incarico annuale viene spostato ogni anno in maniera burrascosa da una scuola all’altra; con il risultato che il rapporto didattico e umano assume un andamento sincopato all’interno del quale sia il docente che il discente faticano, in questo tormento di Sisifo, a ritrovarsi. Qualora non ci siano i soldi per stabilizzare economicamente i precari con l’assunzione in ruolo, almeno il ministero potrebbe provvedere a stabilizzare logisticamente questo esercito che ogni anno attraversa le città da una parte all’altra senza nessuna razionalità né didattica né di logistica. E attenzione: il ministro Profumo ha risposto in maniera negativa alla domanda della Gruber su un possibile aumento degli stipendi dei professori; è invece un obiettivo che, almeno per i precari, la fascia più debole, si potrebbe perseguire a saldo zero. Stabilizzare logisticamente le persone nei propri distretti di residenza e di insegnamento (come si fa peraltro per gli esami di maturità) significherebbe ridurre l’incidenza che sul loro stipendio fanno registrare il consumo di carburante o le spese per i mezzi pubblici; e poiché si muovono in questo senso centinaia di migliaia di persone ogni giorno la misura gioverebbe anche alle dinamiche del traffico e all’impatto sullo stesso ambiente. Di quest'ultimi problemi e della scuola i politici hanno mostrato finora le loro velleitarie preoccupazioni rivoluzionarie quando invece sarebbero piuttosto importanti consapevoli occupazioni riformiste.

BOCCIATURA PER IL MINISTRO PROFUMO
(pubblicato sul il Fatto Quotidiano del 22/12/2011 e il Riformista del 28/12/2011)
Fra coloro che, a sinistra, sono stati scettici fin dalla prima ora sulla bontà del governo Monti, io, al contrario, posso dire di aver riposto una grande fiducia nel nuovo esecutivo; lo ho seguito fino alla misura dell’innalzamento dell’età pensionabile alla soglia dei 67 anni. Sennonché, con il tempo, ho cominciato a nutrire qualche dubbio sull’equità della manovra economica e, ieri, da tecnico (insegno con incarico annuale da più di un decennio filosofia e storia al liceo) ho giudicato negativamente il progetto del tecnico Profumo, il ministro dell’Istruzione. Su più punti. Ho ascoltato da Profumo che il ministero si appresta ad istituire un concorso che possa far entrare nella scuola i neolaureati affinché nelle aule possa entrare la loro energia giovanile; il grande esercito dei quarantenni che insegnano precariamente da oltre un decennio potrà dunque essere scavalcato da chi si è appena laureato. Ed in ciò, oltre all’evidente strappo al criterio del servizio, ho visto una grande incongruenza con il piano complessivo della manovra: si dice che a sessant’anni si è ancora giovani per lavorare e si alza la soglia dell’età pensionabile (cosa a mio avviso giusta) e poi non si considerano giovani, nel pieno delle loro energie e capaci di imprimere una svolta di svecchiamento per la scuola italiana i docenti quarantenni. Questa mi è sembrata la prima nota negativa nel discorso del ministro Profumo di fronte alle domande di Lilli Gruber a Ottoemezzo. Ho ascoltato poi un discorso trito e ritrito sulla metodologia scolastica. Il ministro ha sostenuto che bisognerebbe abbandonare lo schema della lezione frontale per scendere democraticamente fra i ragazzi e renderli costruttori attivi del loro sapere. Ho studiato a lungo il maestro dei maestri dell’Occidente, Socrate, e, lo ripeto, insegno da più di un decennio per non avere bisogno, come credo ogni altro mio collega, di formulette che si vanno ripetendo dal Sessantotto alla Gelmini, per incrociare il metodo della lezione frontale, insostituibile qualora non si voglia fare il salotto di Maria De Filippi, con la capacità di coinvolgere e di e-ducere gli spiriti dei ragazzi sui temi portanti del sapere umano. Qualora il ministro guardasse solo alle bacheche di facebook di questo giovane esercito di non giovani vedrebbe quanto la sua sensibilità multimediale, sia nel rapporto affettivo che in quello professionale con i ragazzi, sia più avanti di quanto lui non sappia. E di qui passiamo all’ultimo punto. Ho ascoltato dal ministro una seconda tiritera trita e ritrita sulla necessità dell’utilizzo delle nuove tecnologie informatiche a scuola. Posto che ormai tale utilizzo viene pensato in termini di progetto solo da chi non ha mai messo piede in una scuola per constatarne l’attualità, su questo punto mi sento di muovere l’appunto più importante al ministro. Stiamo diventando “animali digitali” ma, checché se ne dica, siamo ancora in tempo per non perdere la nostra natura di “animali razionali”. E la razionalità, appunto, non si risolve, come forse è portato a pensare il rettore del Politecnico di Torino, secondo un vecchio schema positivistico, nella tecnologia; questa è l’involuzione in cui stiamo sprofondando ma un vero sapiente che, in quanto tale, pretenda di governare non può cadere in un errore così banale. L’errore banale per cui la razionalità, appunto, viene pensata sotto l'insegna totalitaria della tecnologia e lo stesso sapere matematico, lungi dalla sua alta valenza speculativa, viene risolto nel calcolo ragionieristico di griglie e controgriglie docimologiche. Un ultimo appunto. La Gruber ha chiesto da ultimo se ci fosse un piano di rivalutazione degli stipendi degli insegnati. Capisco la risposta del ministro secondo cui in questi tempi non ci sono molti soldi; ma arrivare poi ad affermare che, in mancanza di questi, si potrebbe lavorare sul rinverdimento dell’autostima dei professori mi sembra offensivo. L’autostima di chi deve reggere ogni giorno la prova di una scuola che è stata abbandonata a se stessa e poi ascoltare di sera queste parole dal Professore dei professori, caro ministro, è titanica!

Mentana, Gheddafi e er Pelliccia
(pubblicato su "il Riformista" del 28/10/2011)
Caro direttore,
ho appena spento, stizzito, la televisione dove seguivo, a Chetempochefa, l’intervista di Fabio Fazio a Enrico Mentana. Il guru dell’ostetricia dei telegiornali italiani diceva che vedere la fine di Gheddafi è stato rivoltante; e, nel segno di una domanda retorica, chiedeva dove andrà a finire la realpolitik occidentale di questo passo. Ora: chiedo, invece, quale sarebbe stata la fine dei libici di Misurata se gli Europei e gli Americani non fossero intervenuti? Nessuno è così ingenuo da credere che la Francia, l’Inghilterra e gli Stati Uniti non siano intervenuti anche per questioni di ordine economico; ma veramente avrebbero dovuto continuare a interloquire con Gheddafi quando il suo popolo, finalmente, dopo quarantadue anni di dittatura, aveva trovato il coraggio di ribellarsi? Gli affari, prima, si potevano fare solo con Gheddafi, ora si possono fare con un auspicabile nascente regime democratico; si può cominciare a sperare che i soldi che la Libia intascherà da questi affari non finiranno in un conto privato di un dittatore che affama i suoi sudditi ma nel conto di una banca nazionale dei cittadini libici. Così almeno credo che ragionino le cancellerie occidentali. Comunque Mentana adduceva, in conforto al suo discorso, le opinioni autorevoli di un altro dei guru di Valle Giulia: le opinioni di Sofri in un articolo su Repubblica che, per fortuna, ho avuto il piacere di non incrociare: per non chiudere, insieme alla puntata del programma di Fazio, anche le pagine di Repubblica. Questa gente, che non ha vissuto né la guerra dei nostri padri né il nostro precariato, è aliena da qualsiasi interazione con la realtà quanto lo è Berlusconi. Confidavo in Vendola. Sennonché i distinguo del leader di Sel, dopo le critiche di un manifestante della Fiom, sulle violenze dei black bloc a Roma mi hanno lasciato senza parole. Immagino quanti calci nel sedere avrebbero preso questi imbecilli quando i leader della sinistra si chiamavano Togliatti, Pertini, Pajetta e Berlinguer. Si potrebbe obiettare, infine, a quest’intervento, di sostenere le ragioni della violenza della Nato a fianco ai libici e di censurare la rabbia di San Giovanni contro la casta. Sennonché ritengo che fra i due fenomeni vi sia una differenza sostanziale: quella fra il conflitto per la democrazia e il conflitto nella democrazia; se poi pensiamo che in Italia non ci sia la democrazia, vi prego, troviamo un’avanguardia migliore der Pelliccia (tiratore scelto in piazza, sedicente pompiere in tribunale). Comunque: chiudere il televisore per non sentire i guru di Valle Giulia e incrociare con lo sguardo nella mia libreria Il problema della guerra e le vie della pace di Norberto Bobbio ha riabbassato il mio spread nei confronti degli unici bond che possono salvare questo paese: quelli della vera, severa e impegnativa repubblica della cultura.

SCUOLA. QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA PRECARI
(pubblicato su "il Riformista" del 11/09/2011)
Caro direttore,
deve ancora iniziare l’anno scolastico e, potremmo dire, il cattivo giorno si vede dal mattino. Lo scorso lunedì mi sono recato come al solito, da quasi dieci anni ad oggi, nella cosiddetta scuola polo che assegna, per conto del provveditorato di Roma, le cattedre per la mia classe di concorso, quella di filosofia e storia. Le scene, sin dall’inizio, alle tre di pomeriggio, quelle di ogni anno: docenti seduti e ammassati in attesa sulle scale dal piano terra fino al primo piano; una ragazza che, in questa confusione, allattava il suo bambino mentre il padre, il nonno del bambino, le sentiva la febbre; imprecazioni di qui e di lì per lo stato di malessere generale e ripetuto sia dei docenti che del personale addetto alle convocazioni; fra una confusione di appelli di diverse classi di concorso per all’assegnazione delle destinazioni. Rabbia, sconforto, confusione e indignazione nell’attesa estenuante in una specie di girone infernale per il cui puntuale affresco scomoderemo il canto dantesco nell’antinferno: “Quivi sospiri, pianti e alti guai / risonavan per l’aere senza stelle, / […]. Diverse lingue, orribili favelle, / parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche […]”. Ma si era, appunto, solo all’antinferno. I numeri direi, più che le persone, cominciavano a entrare nella stanza della speranza contro ogni speranza e, dopo un lungo e incalzato tergiversare nella scelta della meta, uscivano chi euforico per una sorte benevola e chi affranto per una fortuna disastrosa. La sorte, al di là di ogni merito e di ogni spesa, per discutibili e costosi master a cui ognuno di noi è costretto per scalare il monte di Sisifo, la sorte, lo ripeto, unica logica in questo caos di eventi, di speranze e di voci. Dalle tre del pomeriggio, fra le malebolge, si era alle otto meno un quarto di sera ed ero ancora di fuori alla stanza di un Minosse dalla coda impazzita. In un gioco simile al mercante in fiera, in cui ognuno spera, quasi coccolandola col pensiero, che la propria destinazione più adatta rimanga fino al proprio turno, i pochi rimasti ci contavamo e ricontavamo, ormai senza più cognizione dell’aritmetica, per vedere chi avrebbe potuto scegliere che cosa; e fino a che punto sarebbe arrivata la distribuzione delle cattedre. Gli ultimi cominciavano a sperare di non essere chiamati: meglio scegliere per primi alla prossima convocazione piuttosto che dover per forza accettare gli scarti della giornata. In virtù del paradosso che l’inefficienza e il ritardo della comunicazione delle cattedre spesso riserva cattedre migliori a chi sceglie dopo rispetto a chi lo sopravanzava per titoli e per anni di insegnamento. Comunque, alle otto di sera, la fatidica chiamata: la coccolata cattedra ubicata all’interno del raccordo anulare aveva resistito e mi sembrò di riuscir “a riveder le stelle”! In questi momenti si scrive nel pieno segno dell’arbitrio la vita di tutta un’annata, la propria vita e quella della propria famiglia. Così il giorno seguente mi sono recato a prendere servizio nel liceo romano. Sennonché, una volta entrato nella segreteria amministrativa, ho dovuto prendere coscienza del fatto che le ore che mi erano state assegnate dal provveditorato non risultavano alla scuola. Dopo l’antinferno, l’inferno di chi in quel momento si sente “qual è quei che volontieri acquista, / e giugne ’l tempo che perder lo face, / che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista”; e così sono stato ributtato “là dove ’l sol tace”. Una condizione sempre più diffusa fra coloro che, nella propria vita, hanno scelto l’amore per il sapere e per la sua trasmissione.

SCUOLA. FRA EMOZIONE E RAGIONE (una risposta a Marco Lodoli)
(pubblicato su "il Riformista" del 2/9/2011)
Caro direttore,
ho recentemente letto, su “la Repubblica”, l’articolo in cui Marco Lodoli, insegnante e scrittore, ha polemizzato contro la scuola in cui tutto è ridotto a emozione e si stanno perdendo invece i fondamentali dell’impegno, della serietà e della concentrazione. Lodoli scrive che è arrivato a queste conclusioni dopo uno attenta osservazione sul campo. E non vi è dubbio. Probabilmente, però, la “scuola delle emozioni” in cui si perdono le coordinate della didattica ha cominciato a generare una certa inquietudine nell’autore dell’articolo anche sull’onda emotiva della ripulsa per la nuova letteratura televisiva e romanzesca che sta fiorendo sulla scuola. Fiction e best-seller della grande distribuzione, improvvisati da autori improvvisati e sostenuti, più che dal valore e dal sudore, dalle stesse forze che sono dietro alla grande macchina dell’inganno mediatico delle nuove generazioni, devono aver accelerato in Lodoli il senso di repulsione per la “scuola delle emozioni”. E’ una repulsione e una preoccupazione che condivido. Sennonché penso che il “ritorno ai fondamentali” che invoca Lodoli non possa non passare anche esso attraverso il momento dell’emozione; e penso che non si debba contrapporre una scuola della ragione a una scuola dell’emozione. Per diversi motivi: non bisogna, a mio avviso, lasciare il monopolio dell’emozione a chi sfrutta questo potente veicolo comunicativo per mirare alle pance e non alla riflessione; complementarmente, quindi, è un bene che la stessa emozione sia educata nei giovani ad andare verso il pensiero e non verso gli istinti più bassi; infine, ritengo impossibile che qualcosa possa conquistare le nostre menti senza la forza delle emozioni. Più che a una rimozione o a una condanna tout court delle emozioni, dunque, penso a una educazione delle emozioni. E per questo ci vuole molto lavoro, molta dedizione, a volte abnegazione, e una (in)sana emozione. In fondo, lo stesso Lodoli, nel suo articolo richiama al fondamentale della musica come “sintesi di precisione e di sensibilità”. Ecco, non si può lasciare la sensibilità nelle mani di chi la voglia usare per confondere i giovani, per ammaestrarli al caos piuttosto che alla sinfonia. Sarebbe un errore letale innanzitutto, lo ripeto, dal punto di vista didattico ed egemonico. E’ in fondo il più grande maestro dell’Illuminismo europeo, Baruch Spinoza, che ci tiene in questo caso sull’attenti rispetto a una logica della trascendenza fra logos e pathos. E che ci indica in questo senso la via maestra la dove scrive che “la virtù non può sconfiggere la passione se essa stessa non è al fondo passione della virtù”. Un pensiero sotto cui si può leggere la stessa firma di quello che è stato probabilmente il più grande maestro dell’insegnamento nella cultura occidentale, la firma della filosofia e della stessa vita di Socrate.

LA SOCIETA' CHIUSA E I SUOI AMICI
(pubblicato su "il Riformista" del 31/8/2011)
Caro direttore,
tutti i politici, ormai, non fanno altro che parlare di democrazia; ma se li si interrogasse sul vero significato politico ed etimologico non credo che si riserverebbero dalle brutte figure che li hanno distinti fuori dal Parlamento quando sono stati intervistati sulla storia d’Italia (la cui conoscenza viene richiesta agli immigrati ma non a loro). Alla domanda sulla democrazia risponderebbero probabilmente che è il governo del popolo, meglio, per quelli di centrodestra, il governo del Popolo della Libertà. Sennonché non avrebbero risposto alla nostra domanda. Clistene, infatti, il legislatore che nel 507 a.C. instaurò ad Atene la democrazia, realizzò un’idea più complessa: bisognava finire di qualificare i cittadini per la loro appartenenza alle famiglie, i ghene, più o meno ricchi, che ne avrebbero determinato e cristallizzatola loro posizione sociale; bisognava, invece, cominciare a qualificare i cittadini secondo l’appartenenza ai quartieri, i demi, e dare ai quartieri, in cui erano presenti individui più o meno ricchi, la possibilità di eleggere alla boulè, il parlamento ateniese, i cittadini più meritevoli a rappresentare sia i ceti più abbienti che quelli meno abbienti. Una rivoluzione, diremo oggi, liberale: si puntava sulla libertà dell’individuo, sulla sua capacità di determinare il proprio futuro, di elevarsi nella scala sociale e di accedere, in base al merito, alle più alte cariche politiche. E anche una rivoluzione socialista: a tutti, soprattutto, con la partecipazione gratuita e poi finanche retribuita alle rappresentazione del teatro, veniva data la possibilità di sviluppare quella istruzione e quella cultura che gli sarebbe servita per sviluppare il proprio ingegno. Ricordiamo che al teatro i cittadini ateniesi assistevano alle rappresentazioni delle tragedie di Eschilo, Sofocle ed Euripide, alle commedie di Aristofane, solo per fare alcuni nomi; e mettiamo in rilievo il differente spirito culturale in cui poteva poteva formarsi la gioventù rispetto all’odierno fuoco incrociato di reality show e noti format gaudenti e piagnucolosi. Ma appunto veniamo all’oggi: che è rimasto della possibilità dell’individuo di coltivare il proprio ingegno e di distinguersi per il merito? Niente! Tutto è ritornano nelle mani delle famiglie, peggio, delle cricche; o se vogliamo usare un termine con cui deridiamo l’organizzazione tribale dei paesi arabi, dei clan. Una situazione molto lontana dalla democrazia a cui Karl Popper, nel 1945, tributava il suo La società aperta e i suoi nemici; purtroppo, in questa Italia, fra cricche e clan, non c’è spazio per il merito e per la possibilità. Tutto si gioca all’interno di una società chiusa e dei suoi amici; gli altri, tutt’al più al teatro, ma non quello Eschilo o di Aristofane, al teatro, meglio, al teatrino della politica e dei reality show.

SE BERLUSCONI PIANGE, BERSANI RIFLETTA
(pubblicato su "il Riformista" del 01/06/2011)
Caro direttore,
nel pomeriggio della vittoria del centrosinistra da Milano a Napoli, ho gioito senza “se” e senza “ma” di fronte e insieme alle bandiere amiche e ai motti di spirito che hanno seppellito i volti peggiori della politica italiana. Sennonché, sul far della sera, si è imposta la riflessione politica per cui ritengo che sia sbagliato pensare a una vittoria assoluta, una vittoria sciolta da importanti precisazioni. Ne svolgerò una, quella che ritengo più importante: quella sul Pd. Le elezioni di Milano e ancora di più quelle di Napoli sono state, a mio avviso, il modo in cui la gente ha cominciato a liberarsi di una classe politica “inadatta a governare”. Innanzitutto a destra; ma, qualora si voglia esaminare bene, anche a sinistra. A Milano e a Napoli ha perso, con i suoi sensali, Berlusconi; ma è pure vero che non hanno vinto i candidati che segnavano la continuità con i principali dirigenti che, in questi anni di berlusconismo, hanno guidato il Pd. Al contrario, hanno vinto quei candidati che hanno segnato una discontinuità evidente col gruppo dirigente che fa capo a D’Alema, Marini e Veltroni. Già alle primarie questo era stato chiaro e il voto comunale ha confermato e corroborato questa verità. Vi è dunque da pensare che se i maggiorenti del Pd non riusciranno a disinnescare lo strumento delle primarie al livello nazionale (in vista dello stesso scopo con cui Berlusconi ha fatto con la legge elettorale) saranno proprio loro, dopo Berlusconi, le prossime vittime del voto popolare. Qualora, invece, vi riusciranno, essi disinnescheranno, insieme alle primarie, le potenzialità che oggi il centrosinistra ha di proporsi come interprete del rinnovamento dell’Italia post-berlusconiana. E’ una riflessione questa che, sul far della sera, per quanto gli possa essere dura, mi auguro faccia anche Bersani se, insieme al bene del Pd, voglia, attraverso di esso, anche il bene dell’Italia.
IL LEONCAVALIERE
(pubblicato su "il Riformista" del 24/05/2011)
Caro direttore,
nonostante i buoni propositi di cambiare i modi e i toni della campagna elettorale di Milano, il Pdl non sembra veramente in grado di andare oltre la sua pelle e, aggiungerei, il suo spirito profondo. Continua a presumere di seminare il terrore fra i Milanesi paventando il pericolo della zingaropoli e della islamopoli cittadine e, poi, soprattutto, lo spettro dei centri sociali. Sennonché tale spettro, quello di una Milano leoncavallizata, mi sembra che, a ben vedere, abbia maggiori possibilità di farsi abito reale del comune proprio in virtù delle misure della disperazione che una Moratti sempre più in confusione va annunciando sotto la podestarile potestà del buon Leoncavaliere. Il programma del Pdl, e di una Lega sempre più a rimorchio verso il fondo, non appare infatti altro che il programma di una liberalizzazione dell’anarchia: che altro sembra infatti, di fronte ai principi di un ordinario e ordinato vivere civico, il condono delle multe a chi ha infranto il codice della strada? Lo spezzatino di ministero alla romana che, in una botta di cosmopolitismo, si vuole sostituire alla etnica cotoletta alla milanese? E chi si stupirebbe se, nel prossimo venerdì di annunciate misure roboanti, oltre a un condono per gli abusi edilizi alla napoletana, non ci fosse l’annuncio di abbassare la maggiore età a sedici anni in modo da sollevare le famiglie milanesi dalla responsabilità dei propri figli; e, inserendo la retroattività della “legge”, magari anche il Leoncavaliere dalle sue responsabilità nei confronti di chi avrebbe potuto essergli nipote?

STEFANO CUCCHI E RUBY: DUE CORPI E DUE MISURE
(pubblicato su "il Riformista" e su "l'Unità" del 20/11/2010)
Caro direttore,
ho appena ascoltato l’audio del giovane Stefano Cucchi che, in un primo interrogatorio dopo l’arresto, definiva le sue responsabilità in merito al possesso di stupefacenti. La voce di un ragazzo romano di periferia; una voce provata di chi, continuando con l’audio, chiedeva di essere assistito dal suo legale di fiducia e manifestava un malessere fisico le cui cause i magistrati stanno accertando. Uno degli ultimi soffi vitali di quel ragazzo, insomma, attraversava le corde vocali per chiedere quello che spetta a ogni cittadino che viva in uno stato di diritto; gli fu negato e così ora fa impressione sentire e risentire quel filo di vita che, tradito, ha abbandonato un corpo che ora riposa prematuramente in una tomba. Fa impressione e rabbia; una rabbia amplificata, se è possibile quantificare la moltiplicazione di un sentimento legato a un valore infinito quale è quello della vita che è stata negata al giovane Stefano, se guardiamo al destino di un altro corpo: quello della giovanissima Ruby. Anche lei era stata fermata dalla polizia per una denuncia di furto; sennonché non pensò di rivolgersi al suo avvocato di fiducia. Aveva addirittura il numero del Presidente del consiglio e ne approfittò: adesso, per fortuna, il suo corpo non è in una tomba né in una cella; lo abbiamo visto uscire da una Ferrari e iniziare il suo tour per le discoteche che se lo contendono a suon di euro; possiamo continuare ad ascoltare direttamente il soffio che la anima e le muove le corde vocali per giocare e scherzare come si conviene a una diciottenne come lei; forse non propriamente nel modo che più si conviene d’esempio per le diciottenni come lei. Un amara constatazione : forse se Cucchi si fosse scritto Cucchy anche Stefano sarebbe ancora vivo ma non è certo il vezzeggiativo della sensualità ciò che dobbiamo imparare dalla cultura anglo-sassone; piuttosto, e purtroppo per Stefano, il rispetto dell’Habeas Corpus e più in generale dello stato di diritto.
SARAH, LA GRANDE IENA E UNGARETTI
(Pubblicato su "il Foglio" online del 19/10/2010 e su "il Riformista" del 21/10/2010)
A chi abbia ancora in serbo un po’ di pietà verso il genere umano e nell’appartenenza ad esso non abbia esaurito la lucidità del barlume razionale sembra che la barbarie da cui è stata travolta la giovane Sarah abbia solo rinnovato la sua cifra temporale; nell’epocale ricongiungimento della barbarie primitiva con quella postmoderna il corpo di Sarah sembra essere stato sottratto al crimine ancestrale dell’orco (maschile o fin pure femminile) solo per finire sotto quello ipertecno-alogico della Grande Iena massmediatica. Di fronte a questo scempio che l’uomo ogni giorno fa di se stesso l’unica parola appropriata sembra quella della poesia; della poesia intonata ai flagelli della guerra mondiale che forse oggi ha solo spostato il suo fronte sui nostri teleschermi. Per chi voglia davvero onorare il ricordo di Sarah e in questo tesaurizzare un augurio di speranza per il nostro tempo i versi di Ungaretti sembrano essere l’unica alternativa a quel silenzio lieto dove non passa l'uomo della Grande Iena. Solo una strofa: «Cessate di uccidere i morti/ non gridate più, non gridate/ se li volete ancora udire/ se sperate di non perire».

GHEDDAFI E LA DECOSTRUZIONE DELLO STATO BORGHESE
(pubblicato su "il Riformista" del 2/9/2010)
Caro direttore,
mi sembra che non sia difficile interpretare al di là di ogni nota superficiale la sostanza delle’egemonia politica italiana che si manifesta in questi giorni nelle note del “folklore” libico. Se, infatti, vogliamo individuare la cifra specifica dell’Italia berlusconiana non dobbiamo fare altro che rivolgerci a quella lunga ed efficace politica di decostruzione dello stato borghese che è iniziata nella seconda metà degli anni Ottanta. Una decostruzione dello stato borghese che, a volerla intendere, si risolve, a sua volta, nella cifra ultima dell’abbattimento di tutto ciò che medio (vera cifra costitutiva invece della vita pubblica borghese). Innanzitutto abbattimento della mediazione politica: sia nel senso della rappresentanza parlamentare che in quello della conseguente mediazione della conflittualità attraverso il metabolismo della dialettica fra i partiti; e abbattimento in fondo, oltre che della mediazione della conflittualità, della conflittualità stessa. Si può parlare poi dell’abbattimento di quella medietà sociale che sta al fondo della stessa medietà politica: attraverso una “politica economica” che asseconda nel modo più raccapricciante la tendenza globale dell’attuale incremento della diseguaglianza con la polarizzazione della ricchezza e la complementare diffusione sempre più ampia dell’indigenza. Si spiega, da ultimo, in questo orizzonte, il corollario folkloristico della cultura del gesto estremo e sempre sopra le righe che dal capo discende ormai fino agli atteggiamenti del giovane che subodora i primi aromi della vita pubblica.
RICORDO DEL PROFESSOR FRANCESCO VALENTINI
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(Francesco Valentini, Introduzione alla Fenomenologia dello spirito di Hegel, Scuola di Pitagora Editrice, 2010)
Verso la metà del mio percorso universitario mi trovavo a frequentare un corso sul primo libro della Metafisica di Aristotele tenuto dal Professor Gabriele Giannantoni con cui mi sarei un paio di anni più avanti laureato. Era uso, fra noi studenti, registrare le lezioni dei professori per poi trascriverle e studiare direttamente su quegli appunti che divenivano preziosi passepartout per aprire i passaggi più serrati, e con essi i concetti più importanti, delle opere dei filosofi. Così, le cattedre delle lezioni più affollate si riempivano, durante le spiegazioni, di una miriade di piccoli registratori attraverso cui una famelica sete giovanile cercava di non lasciare niente della sapienza dei grandi maestri che all’inizio degli anni Novanta ancora abbondavano sulle cattedre della facoltà di filosofia de “La Sapienza”. E proprio alla fine di una delle lezioni del Professor Giannantoni, dopo essermi trattenuto a dibattere, come in un antico ginnasio, con un piccolo gruppo di amici, notai che qualcuno aveva dimenticato il suo piccolo registratore sulla cattedra e non lo veniva a riprendere. Aspettai un po’ mentre gli altri, ancora immersi nella discussione, si incamminavano verso il giardino di Villa Mirafiori per poi sciogliere i ranghi e ricostituirli in una nuova formazione intorno a una nuova lezione; sennonché nessuno veniva a ritirare il piccolo registratore e così mi avvicinai ad esso per prendere tempo e decidere sul da farsi. Il verso della cassetta che aveva registrato la lezione appena passata aveva finito la sua corsa e, nell’attesa che qualcuno venisse a riprendere il prezioso oggetto, girai il nastro per ascoltare quale lezione vi fosse incisa sul lato opposto. Pensavo a una precedente lezione sulla Metafisica e invece vi trovai una voce che finora non conoscevo e che incalzava un passo della Fenomenologia dello spirito di Hegel con un’abilità teoretica che mi rapì da subito; mi rapì da subito a tal punto che non potei fare a meno di cominciare a prendere in considerazione sempre di più, man mano che la lettura e la spiegazione andavano avanti e che il proprietario di un tale bene sembrava essersi dileguato nel nulla, di prendere il registratore. Fu così. Quella voce, che entrava in maniera così disinvolta, abile e chiarificatrice nell’ostico sottotraccia hegeliano, mi aveva rapito a tal punto che mi spinse a rapire la cassetta e lo stesso registratore. Più avanti, nel tempo, la stessa voce, per spiegare la quintessenza della dialettica hegeliana avrebbe richiamato, durante una delle sue lezioni, la locuzione latina “summum ius, summa iniuria”; intanto la decisione era presa, la decisione di portare via con me il registratore con la cassetta: una scelta che, sul far del crepuscolo del mio percorso universitario, avrei letto, sotto il segno della nottola di Minerva, nello stesso modo con cui avevo invertito il senso della cassetta per ascoltarne il lato A; sotto il segno del risvolto della locuzione con cui avrei sempre ricordato quel furto: “summa iniuria, summum ius”. Insomma, nel segno della dialettica fra giustizia e ingiustizia, feci la conoscenza del Professor Valentini; non rimaneva molto tempo alla fine dell’anno accademico ma riuscii a sapere che quella voce che mi aveva rapito era la sua e presi subito notizie su dove tenesse lezione. Bisognava ora aspettare l’inizio del nuovo anno accademico e, certo, alla prima lezione, il primo banco dell’aula XII sarebbe stato il mio. Così fu. Il professore entrò in aula e, senza tanti preamboli, già a seguire lo spirito hegeliano di entrare direttamente nella cosa perché sia essa, in maniera deittica, a parlare di sé, prese a leggere le pagine iniziali della Scienza della logica; dico meglio, la pagina iniziale. Sì, perché, disposti i suoi strumenti di lavoro sull’ampia cattedra, iniziava un certosino e vibrante andare alla “lettera del testo” con cui il Professore guidava i presenti oltre ogni possibile resistenza della scrittura hegeliana; fino al suo senso ultimo; un senso ultimo che prendeva spesso coloritura nel puntuale richiamo dei nodi che incrociavano quel concetto nell’intero arco della filosofia hegeliana e, ancora più a monte, nell’intero arco della storia della filosofia. E’ con questa abilità rara a risolvere il particolare nell’universale e a ritornare attraverso di esso al particolare che nello stesso procedere della lezione del Professore si dischiudeva proprio uno dei capisaldi della filosofia hegeliana secondo cui “il vero è l’intero”. In virtù delle pagine lette, che alla fine dell’anno accademico non sarebbero state più di settanta, per le vie delle discese verticali nei singoli concetti e dell’orizzontale rimando continuo di concetto in concetto, chiunque avesse frequentato le lezioni del Professor Valentini si impadroniva della capacità di muoversi attraverso l’intera opera hegeliana e, senza esagerazioni, attraverso i momenti concettuali più significativi dell’intero svolgimento della storia della filosofia. La tela che il Professore aveva costruita in un anno era una sorta di “reticolo logico” in cui ogni ganglio era spiegato con la stessa ricognizione ai passi e ai concetti più importanti della storia della filosofia (ma anche della letteratura e della storia); in questo senso il Professor Valentini era profondamente hegeliano: filosofia e storia della filosofia, nelle sue lezioni, erano lette in controluce l’una nell’altra. Come in controluce, l’una nell’altra, si trasfiguravano, nel Professore, la dimensione teoretica dello studioso e quella pratica dell’uomo. Non scorderò mai, in ordine alla sua conduzione dei rapporti umani, un episodio eloquente. Un giorno entrò in aula e non aprì, come al solito, la sua borsa per distendere sul tavolo testi e commentari che egli, tra l’altro, riportava dal tedesco, dall’inglese e dal francese; ci disse subito che era in sciopero; al che noi rimanemmo sorpresi; era in sciopero ma era lì al suo posto. Si spiegò subito. Non aveva avuto il tempo per comunicarci della sua adesione allo sciopero dei professori ordinari e dunque non riteneva giusto che noi, fra cui molti, oltretutto, venivano da fuori, potessimo essere venuti a lezione senza che qualcuno ci spiegasse almeno perché la lezione non si sarebbe tenuta. E in un mirabile esercizio della sintesi coniugò la sua adesione allo sciopero e la possibilità di non perdere nemmeno un’ora di quei simposi a cui ognuno di noi rifocillava e rinnovava la sua sete filosofica e il suo entusiasmo intellettuale: ci disse che non avrebbe tenuto la lezione istituzionale del corso ma che ciò non impediva il fatto di poter discutere di un altro argomento intorno a cui potevano essere interessati gli studiosi di “cose hegeliane”. Ci propose di rimanere per trattare e discutere il tema della concezione hegeliana della politica; non c’è bisogno di dire che rimanemmo tutti. Perché intorno al grande studioso e all’uomo esemplare si era costituita una polis che, per dirla con Tucidide, sempre nel segno del famoso rivolto iniziale di cassette e locuzioni, “nel nome era il regno del primo cittadino, di fatto però era una democrazia”. Una vera e propria repubblica della ragione teoretica e della ragione pratica di cui ognuno che ne è stato cittadino porta un ricordo indelebile scritto con l’indelebile inchiostro dell’orgoglio filosofico.

PLATONE E I FANTASMI FRA LE CRICCHE
(pubblicato su "il Riformista" del 21/7/2010)
Caro direttore,
di fronte all'impotenza e al rigetto della politica propria di tanti cittadini italiani vengono in mente dei versi di Sting: "There's no political solution / To our troubled evolution / Have no faith in costitution / There's no bloody revolution". Quindi il sentimento con cui si risolve la strofa: " We are spirits in a material world". Dobbiamo rassegnarci, perciò, a essere fantasmi fra le cricche o è possibile una via di riscatto? A mio avviso la risposta sta in un grande classico che affida alla coltivazione del sapere la rigenerazione dell'ethos collettivo. Le seguenti parole di Platone possono sembrare fuori dal tempo ma è forse proprio fuori dal tempo che dobbiamo in questo momento cercare ciò di cui abbiamo bisogno e che a mio avviso è di indicazione per ogni epoca di decadenza nel seguente passo del filosofo ateniese: "Le leggi scritte e la moralità si corrompevano e si dissolvevano in maniera così stupefacente, che io, un tempo tutto ardore e pronto a lavorare per il bene pubblico, osservando questa situazione e vedendo come tutto andasse in disfacimento, finii per rimanerne sbigottito. Non cessavo, no, di spiare i possibili segni di un miglioramento in questi avvenimenti e soprattutto se migliorasse la situazione del governo [...] finché alla fine compresi che tutti gli stati attuali erano mal governati [...]. Fui allora irresistibilmento portato a lodare la retta filosofia e a proclamare che solo attraverso essa è possibile comprendere ove la giustizia sia nella vita pubblica e privata".

MARX, TREMONTI E POMIGLIANO
(pubblicato su "il Riformista" del 18/6/2010)
Caro direttore,
sono fermamente convinto che sia giusto che gli operai di Pomigliano d’Arco firmino il contratto con la FIAT e credo che la maggior parte di loro lo firmerà. Sennonché credo altrettanto fermamente che il suddetto contratto non possa essere inteso come un accordo; la “sintesi” di Marchionne, per cui o gli operai prendono alle sue condizioni o la produzione rimane all’estero, mi sembra piuttosto un ricatto. Del resto, la vicenda di Pomigliano si inserisce in un panorama più generale in cui, nel mondo del lavoro, oggi, o si accettano le condizioni dei datori di lavoro o si rimane a casa. E probabilmente Marx non sarebbe, come ha detto Tremonti, “molto sorpreso a vedere come i sindacati hanno lavorato in armonia insieme alle imprese”; infatti, come testimonia la vicenda di Pomigliano, non sembra che nella società e nella politica contemporanea ci sia uno spazio per la dimensione dell’ “insieme”; sarebbe come a dire che oggi in Italia il Governo lavora “insieme” al Parlamento. Certo, le imprese e i sindacati si siedono insieme al tavolo ma l’avverbio indica sempre di più una dimensione logistica rispetto a quella propriamente operativa; e del resto, direi a Tremonti, che veramente Marx si sorprenderebbe se quei sempre meno pochi che hanno sempre molto di più sul piano della ricchezza materiale fossero disposti a condividere effettivamente le scelte economiche, sociali e politiche insieme a quella sempre più diffusa maggioranza che ha sempre molto di meno sia in termini di denaro che in termini di diritti. Sul piano materiale, quello della necessità, dunque, si è costretti a firmare, ma sul piano ideale, quello della libertà, non si creda e non si chieda che gli uomini rinuncino anche a pensare.
LE BEATITUDINI E IL REGNO DI SKY
La scuola si sta chiudendo e l’inizio dei Campionati del Mondo lascia anche agli insegnanti, prima dell'inizio degli esami di maturità, un momento di quell’allegria che gli studenti festeggiano con i gavettoni di fine anno. E’ un po’ con questo spirito che ho guardato la partita inaugurale del torneo mondiale; quasi il momento in cui gli operosi mesi dell’autunno, dell’inverno e della primavera passano il testimone all’estate. Così, proprio come un ragazzino del liceo che corre di nuovo a riempire la sua bottiglia goliardica, dopo la gara fra Sudafrica e Messico mi sono ripresentato di fronte alla televisione per un nuovo carico di minuti mondiali (quelli di Francia - Uruguay). Sennonché, con grande sorpresa, ho trovato la fontanella chiusa; e ho preso atto che prima di privatizzare l’acqua vera e propria avevano già pensato a chiudere i rubinetti pubblici di quella linfa che fino a quattro anni fa eravamo abituati a bere nell’ultima festa cosmopolita che era rimasta. Ma c’era da aspettarselo: anche a non leggere i giornali bastava uno sguardo ai balconi delle nostre città. I musulmani pregano il loro Dio rivolti in coro verso la Mecca e, allo stesso modo, oggi, le nuove parabole dell’Occidente, in coro verso l’azimuth, tributano i loro versetti al dio dell’uomo bianco: nel rito della televisione satellitare privata un sacrilego Padre Nostro al dio denaro. E chi non prega (cioè non paga) non gioca: ma se il regno di Sky è riservato al denaro… “beati i poveri perché di essi è il regno dei cieli”.

LE ELEZIONI INGLESI E LO SPIRITO DEL CAVALIERE
(pubblicato su "il Riformista" del 14/5/2010)
Gentile direttore,
in Inghilterra si comincia a formare il governo Cameron e le prime decisioni sulla scelta dei ministri ci danno un primo spunto di riflessione: il premier britannico ha quarantaquattro anni, il suo vice, il liberal-democratico Clegg, quarantatre, il ministro delle finanze, Osborne, addirittura trentotto; e si potrebbe continuare a indicare per gli altri ministri nel segno dell’accento sulla giovane età anagrafica. Sennonché ritengo che sia importante sottolineare come l’età dei politici inglesi non ci dia solo e soprattutto un’indicazione anagrafica; in questo fenomeno anagrafico infatti può essere rinvenuto un fenomeno di ordine sociale. Continuiamo infatti ad apprendere, dall’età dei ministri Regno Unito, che l’Inghilterra è ancora un paese fortemente borghese; che l’energia dell’azione e lo slancio dell’intelligenza verso il futuro propri della ragione pratica sono ancora la spina dorsale della classe dirigente britannica; questa non inclina a costituirsi nello spirito gerontoaristocratico che induce a pensare che la ragione speculativa degli anziani sia la migliore ed esclusiva guida dell’azione politica. E se è ormai una nota storica il fatto che in Italia la borghesia non si sia mai imposta come ceto sociale dominante e, di riflesso, non ci sia mai veramente stata una classe dirigente propriamente borghese, è oggi l’età anagrafica della nostra classe dirigente e, nello specifico, del nostro ceto politico a confermare come il fenomeno storico della gerontoaristocrazia italiana non abbia conosciuto alcuna incrinatura. La figura di Berlusconi ci aiuta, in questo senso, a capire: probabilmente il suo giovanilismo a tutto tondo è dettato dall’istinto dell’uomo del fare che intuisce come nelle rughe si annidi la famosa nottola di Minerva della riflessione che, hegelianamente, si leva sul far del crepuscolo; che egli rifiuti ogni segno del tempo sulla sua pelle ci indica come il nostro Presidente del Consiglio costituisca ancora una volta il veritiero spirito dell’attuale fase storica italiana: nella sua età e sulla sua pelle, infatti, leggiamo il compromesso storico fra il tributo alla gerontocrazia italiana e la risposta di plastica con cui l’Italia dà conto all’inesorabile cooptazione nel processo di globalizzazione dell’economia borghese.

BERTONE E LO SCISMA DEL TERZO MILLENNIO
(pubblicato su "il Riformista" del 15/4/2010)
Ho appena letto le parole di Bertone per cui sociologi e psichiatri istituirebbero un nesso fra l’omosessualità e la pedofilia piuttosto che fra quest’ultima e il celibato. Un'idea che fa della ragione, anche nel suo esercizio più elementare, carne da macello. Innanzitutto, dunque, un’offesa ai sociologi e agli psichiatri. Quindi, ed è chiaramente questo quello che è più grave, ancora una volta, la Chiesa contemporanea, per espressione diretta di uno sei suoi più alti rappresentanti, non solo non scaglia lei la prima pietra ma addirittura la scaglia contro chi in questo caso è veramente senza peccato. Istituire un rapporto fra omosessualità e pedofilia è veramente, come dicevo prima, un insulto all’esercizio più elementare della ragione. Basterebbe, infatti, questo esercizio elementare per comprendere che il problema si pone in altri termini: è piuttosto manifesto che la repressione della crescita della sessualità dovuta al celibato fa sì che una certa parte del clero abbia un’età sessuale che non coincide con l’età anagrafica. Ed è per questo che, lì dove le maglie della rimozione psicoteologica mostrano i segni del cedimento rispetto alla pulsione naturale, il povero sacerdote si trovi a riuscire a esprimere la sua sessualità verso chi ha, in ordine alla sessualità, la sua stessa età. Questo mi sembra il problema. Un problema destinato ad aggravarsi sempre di più quanto più, di contro, la disinibizione sessuale, nella società contemporanea, investe le ragazzine e i ragazzini in un’età sempre più bassa. Immagino quale imbarazzo e inibizione il povero sacerdote, pastore di anime, debba oggi provare di fronte a una ragazzina o a un ragazzino che, come ci insegnano i sociologi e gli psichiatri, già a tredici-quattordici anni ha una provata abitudine al pascolo dei corpi. Ecco, allora, il corto circuito che investe la nostra società: lo scisma sempre più evidente dell’anima e del corpo. Quello scisma per cui il fenomeno sempre più diffuso delle cubiste tredicenni e dei tronisti poco più grandi è assolutamente complementare al fenomeno della pedofilia ecclesiastica. Perciò, se la Chiesa vuole riavvicinarsi ai giovani e riportali al linguaggio dell’anima deve, essa stessa, fare uno sforzo di maturità e riavvicinarsi lei al linguaggio del corpo. Invece di rifugiarsi nelle pseudoequazioni fra la pedofilia e l’omosessualità, cominci a ripensare in maniera adulta e articolata all'istituzione del celibato.

CONCITA DE GREGORIO. I COSTUMI DEL SECOLO. Da l'Unità 11/4/2009
Dice Gillo Dorfles a Bruno Gravagnuolo che quel che più lo avvilisce di questo tempo è l'assenza di sorriso, di «gentilezza comunitaria». Che l'autismo privatistico e il conformismo di massa (la tendenza di ciascuno ad adeguarsi a ciò che ha attorno) sono insieme causa e conseguenza del berlusconismo
GIUSEPPE CAPPELLO. LA SCELTA DEL COSTUME, POLIS O TERRITORIO.
(pubblicato su Unità online del 11/4/2010 e Riformista del 14/4/2010)
La politica, fino al secolo scorso, aveva ancora il primato sull'economia. E la legge della politica è appunto il politeuein, il vivere insieme. Se c'è una cifra che, invece, ha cominciato a costituire, nel segno di un nuovo totalitarismo, il costume di questo nuovo secolo è quello del primato dell'economia sulla politica; e la legge dell'economia è il guardare ai propri affari, l'idioteuein. E' un secolo, questo nuovo, che si è aperto con l'abito dell'idiozia e la sofferenza che ciò genera in un animale politico, quale è per natura l'uomo, ha cercato subito, in vista della ricostruzione di una comunità, delle risposte: negli Stati Uniti quella intelligente e tenace di Obama, in Italia non si va oltre il "territorio". Ma il territorio è un concetto animalesco, il territorio è quello che demarca il quadrupede con i propri bisogni; e quando è diventato qualcosa degli uomini, “la terra e il sangue” dei nazisti, ha comprovato la sua disumanità; la comune appartenenza, per gli uomini, passa attraverso l'orizzonte della polis, lì dove si discute, ci si scontra, si media nella legge e in virtù di questa attività ci si integra in una sintesi di civiltà.

IL RISCATTO DELLA SINISTRA
(pubblicato su "il Riformista" del 2/4/2010)
Caro direttore,
abbiamo assistito all’ennesima disfatta della sinistra e, nello specifico, del Partito Democratico. Di fronte a ciò credo che si possa cedere alla rassegnazione più totale o, per altro verso, indicare costruttivamente un percorso di riscatto. Questa seconda via, a mio avviso, passa attraverso dei segnali forti che indicherò qui di seguito. Immagino innanzitutto una conferenza stampa in cui D’Alema e Veltroni e Marini dichiarino il loro ritiro dall’attività politica e consegnino la guida ideale e materiale del Partito Democratico ai giovani dirigenti che stanno emergendo in questi anni nel Pd e in altre formazioni che in esso possano confluire; quindi, questi nuovi dirigenti, consapevoli che la gioventù non è in sé un valore comincino a faticare lungo i chilometri della ragnatela delle antiche sezioni e le pagine di qualche libro importante. Non è importante che siano molti i volumi, ma che contengano le buone idee classiche della speculazione politica e non si rimetta al cinema e alla televisione la funzione di illuminare il percorso che si ha di fronte. Illuminarlo per la via in cui la sinistra si riscopra innanzitutto nella riaffermazione del valore pubblico; una riaffermazione che, ancor prima che politica, sia un principio intellettuale. Quel principio intellettuale secondo cui la realizzazione dei bisogni materiali e culturali dell’uomo può essere perseguita solo nella dimensione della socialità e del vivere pubblico rispetto al ripiego economicistico dell’affermazione nel denaro; l’uomo è qualcosa di più del suo denaro e non ho timore a rivendicare alla sinistra due sui concetti storici che la premierebbero anche rispetto a chi oggi sembra brillare negli onori del tempo. Quando pure si guardi alla Lega nel suo contemporaneo fulgido splendore non si vedono, nella sua cifra culturale, né la consapevolezza dell’alienazione nella totalitaria dimensione del danaro e degli affari in cui versa il suo modello ideale di uomo né la capacità di gettare lo sguardo oltre il proprio territorio in una visione cosmopolita dell’umanità. Su questi punti, il socialismo democratico, il cattolicesimo adulto e il liberalismo egualitario sono comunque destinati a riprendere in mano il cammino dell’uomo; che questo avvenga prima o dopo sta alla capacità di smaltire quanto prima l’intossicazione privatistica delle menti e delle azioni a cui ognuno, a partire dai nuovi dirigenti, è oggi chiamato come al suo dovere primario. Salvo, poi, di riscoprire in ciò il suo piacere originario.
IL LICEO DEL BUON SELVAGGIO
Il ministero della pubblica istruzione, dopo una lunga gestazione fra contrazioni scomposte in avanti e indietro, ha partorito finalmente il decreto che mette mano alla riforma dei licei; così, alla fine, abbiamo appreso che il liceo scientifico tradizionale non sarà affiancato dal famoso liceo scientifico-tecnologico che prevedeva il depennamento dell’insegnamento del latino. Il legislatore ha deciso, su questo punto, che un percorso di ordine tecnico, che ora prenderà il nome di liceo delle scienze applicate, debba rimanere all’interno dell’iter formativo degli istituti tecnici (a cui per non far torto sono state comunque decurtate quattro ore settimanali d'insegnamento). Molti presidi dei licei scientifici, intenti, dal canto loro, a tamponare la perdita di cattedre dovute ai tagli delle risorse, non hanno accolto favorevolmente tale misura perché nel loro supermercato non avranno il “farmaco equivalente” in grado di attirare quegli studenti che vogliono conseguire un titolo liceale ad un più basso prezzo di studio; chi, invece, come il sottoscritto, pensa, con la filosofia, che “la scorciatoia dell’intelligenza è la strada più lunga” ha tirato un sospiro di sollievo. Un sospiro che, però, è durato poco. Nella riforma, infatti, si prevede che gli studenti del quinto anno del liceo scientifico studino la storia per due ore alla settimana a fronte delle tre previste nel curriculum corrente; già ora non è facile portare gli studenti a uno studio compiuto della contemporaneità ma, a viale Trastevere, dove l’intellighenzia pedagogica sembra tenere molto alla formazione di buoni cittadini, probabilmente intendono perseguire questo risultato più nell’orizzonte dell’istituzione di uno stato arcadico di buoni selvaggi che in quello dei consapevoli animali politici che “temprando lo scettro ai regnatori, gli allor ne sfrondino”.

ISTRUZIONE PRIVATA E FORMAZIONE POLITICA
(pubblicato su "l'Unità" del 17/2/2010)
Riccardo Iacona e i suoi inviati, domenica sera, hanno portato gli Italiani che hanno seguito Rai Tre in giro per le scuole della Penisola; dal centro di Milano alla periferia di Palermo. Oltre all’indignazione per la disparità con cui le scuole paritarie si confrontano con le pubbliche in temi di diritti e doveri, probabilmente, qualcuno sarà anche stato colpito dal fascino che i migliori istituti privati di Milano esercitano sul tema della educazione dei giovani. Il fascino delle lavagne elettroniche e di mille altre risorse con cui la tecnologia informatica sostiene l’apprendimento dei ragazzi; il fascino dell’ordine e del silenzio; il fascino delle strutture deputate all’attività fisica e perfino delle divise. Il fascino del mondo dorato in cui crescono i figli della classe dirigente del Paese. Un fascino che può attrarre ma che non deve ingannare. Ci è sembrato un mondo, infatti, in cui non si scorgono quelli che sono due valori fondamentali per la formazione della gioventù: la diversità, declinata sotto ogni possibile forma in cui essa caratterizza la complessità della nostra società, e la necessità. E con ciò non voglio assolutamente detestare la scuola privata e le sue eccellenze; vorrei semplicemente riflettere sul rapporto fra la formazione della classe dirigente e la crisi della politica. Se, infatti, negli istituti privati in cui si coltiva l’eccellenza del sapere manca un rapporto quotidiano con la molteplicità e la necessità, ci si deve interrogare quanto la classe dirigente che esce da questi istituti possa anche essere, nello specifico, una classe dirigente capace di attendere alla direzione politica di una società che è sempre più impegnata nella sfida della complessità e della necessità. Usciranno da queste scuole eccellenti uomini e donne delle professioni; la domanda è se usciranno anche buoni politici. Ricordiamo che il termine politica viene dal greco polis, città, che, a sua volta, ha la stessa radice del termine che indica “i più”, la moltitudine (i polloi greci, la plebs romana, fino all'inglese contemporaneo di people); e temiamo che, già sui banchi di scuola, cominci quell’autoreferenzialità della classe dirigente che poi arriva fino sugli scranni più alti delle aule parlamentari.

MORGAN E SOCRATE. UNA RISPOSTA A PIERO SANSONETTI
(pubblicato su "il Riformista" del 7/2/2010)
Gentile Sansonetti,
lo stesso Socrate spiega perché l’accostamento della sua figura a quella di Morgan, quali paritetici e antireazionari "cattivi maestri", da Lei proprosto sul Riformista di ieri, è insensato. Queste le parole del filosofo ateniese durante il processo a suo carico come ce le tramanda il discepolo Platone: “Né altro in verità io faccio con questo mio andare in giro, se non persuadere voi, e giovani e vecchi, che non del corpo dovete avere cura né delle ricchezze né di nessuna altra cosa prima e più che dell’anima, così che ella diventi il più possibile buona; e che non dalle ricchezze nasce la virtù ma che dalla virtù nascono le ricchezze e tutte le altre cose che sono beni per gli uomini. E se parlando così, dunque, io corrompo i giovani, sta bene, vorrà dire che queste mie parole sono rovinose; ma se taluno afferma che io parlo diversamente e non così, costui dice cosa insensata”. Come si può leggere, insomma, l’accusa di corruzione dei giovani che Socrate accetterebbe di buon grado è quella di insegnare loro a prendersi cura dell’anima affinché ella diventi il più possibile buona. Una cura dell’anima che, lontano da ogni moralismo autoreferenziale, si risolve per Socrate nella coltivazione dell’intelligenza. Come si può leggere nel monito dello stesso filosofo ateniese a un altro suo discepolo: “O caro Simmia, sta bene attento che l’unica moneta autentica, quella con la quale si devono scambiare tutte le cose, non sia piuttosto la conoscenza, e che solo ciò che si compra e si vende a prezzo della conoscenza sia veramente virtù”. Sono parole inequivoche che, lontano da indicare ai giovani uno stato di assopimento irrazionale, indotto da qualsivoglia soggetto o sostanza, li invita a relazionarsi con tutto ciò che li circonda nel segno di una più che mai desta attività critica, quella per cui si fa esercizio ad accettare o a scartare le opinioni e i comportamenti nell’orizzonte della più vivida consapevolezza. In questo e non in altro risiede l’attività socratica di "cattivo maestro"; niente di quanto più lontano dal mondo di Morgan, a cui, peraltro, più che contestare l'aggettivo di "cattivo" non pare innanzitutto appropriato destinare il sostantivo di "maestro". Lontano da ogni moralismo, infatti, il discernimento vuole che non si scambino le sostanze per cui in questi giorni è famoso Morgan con il sostantivo per cui da qualche millennio è prezioso Socrate; gentile Sansonetti, non confondiamo le nuove generazioni più di quanto già non lo facciano le fiction, i reality e i talent scout show.

IL SACRIFICIO DEL LATINO
(pubblicato su "Il Riformista" del 20/1/2010)
Scrivo queste righe di ritorno da un collegio scolastico in cui si è dibattuta la questione della riforma dei licei e, nello specifico, in una discussione molto accesa, l’eventualità di istituire nella scuola alcune sezioni dell’indirizzo scientifico tecnologico in sostituzione dell’indirizzo scientifico tradizionale. La discussione, senza sorpresa, si è infiammata nel momento in cui è venuto in primo piano il tema per il quale il passaggio dall’indirizzo scientifico tradizionale a quello scientifico tecnologico ha toccato l’annosa questione dell’eliminazione del latino. Subito si sono levati i soliti contrasti fra il fronte umanista e quello scientifico: il primo a sostenere che l’eliminazione del latino comportava una forte caduta della quintessenza della «licealità» dal curriculum di studi, il secondo a reclamare alla matematica l’idoneità a tenere alto il parametro della «licealità. Per quello che mi riguarda, credo che non abbia molto senso l’articolazione del sapere in discipline umanistiche e discipline scientifiche; piuttosto ritengo che si debba parlare di un’articolazione fra sapere speculativo e sapere tecnico. In questo senso, certo, sono convinto che la matematica sia in prima fila fra le discipline che possono avocare a sé i crismi di un sapere fortemente speculativo. E perciò capisco la posizione dei colleghi di matematica a rivendicare alla loro materia il ruolo di garanzia della quintessenza della licealità pure in un liceo tecnologico. Sennonché non posso esimermi dall’esprimere una perplessità. L’attenuazione del contributo del latino nel curriculum scientifico risponde a mio avviso all’affermazione di una cultura in cui la mentalità tecnico-applicativa sta via via sempre più erodendo i valori minimi delle attitudini speculative. Perciò, a mio avviso, i primi a temere per la compressione delle ore di latino al liceo dovrebbero essere proprio i colleghi di matematica. Oggi infatti, la mentalità corrente ci induce a sacrificare il latino sull’altare delle attitudini pratiche; il timore è quello che, domani, sia proprio il risvolto speculativo della matematica a subire la stessa sorte; che alla matematica si cominci a chiedere sempre di più l’utilità dei conti piuttosto che la speculazione del teorema.
L'UOMO DI COPENAGHEN
(pubblicato su www.liberodiscrivere.it il 7/1/2010)
Le conclusioni a margine delle riunioni di Copenaghen hanno per lo più parlato di un vertice sull’ambiente che non ha fatto il passo che ci aspettava e di fatto ha lasciato insoluto il problema delle emissioni inquinanti e dei conseguenti danni per la natura. E’ chiaro che in questo senso hanno giocato i forti interessi economici delle maggiori potenze mondiali e, soprattutto, il primato che la stessa economia ha conquistato su una politica sempre meno in grado di guidare e di mediare. Sennonché, oltre allo sguardo agli aspetti materiali, ritengo che la complessa gestazione di una consapevolezza matura sui temi del rapporto dell’uomo con la natura, e quindi con se stesso, debba fare i conti con una cultura occidentale bimillenaria che ha imposto a livello globale un certo paradigma proprio in merito all’idea della natura. L’antichità platonica, il Medioevo cristiano e l'inclinatura ottocentesca della stessa scienza moderna ci hanno lasciato infatti una concezione oggettuale della natura. Questa è stata pensata, nelle diverse declinazioni del platonismo, del cristianesimo e dello scientismo positivista, come niente di più che un oggetto affidato all’opera demiurgica di un dio, di Dio e poi dello stesso uomo. Se nella nostra storia, che è poi quella che abbiamo imposto al mondo, l’idea è stata quella di un dio o di un uomo che hanno sempre pensato di dover conferire un ordine a una materia inerte, informe e caotica forse è il momento di recuperare l’antica saggezza presocratica secondo cui la natura è essa innanzitutto attività generativa permeata di un ordine che, come riteneva Eraclito, non gli è stato dato né da un dio né meno che mai da un uomo. E di qui di nuovo a Copenaghen. E’ l’uomo a essere chiamato a rimettere al centro la consapevolezza di essere stato generato in una certa attività e in un certo ordine naturale in cui si è data la possibilità della vita della nostra specie. Un’attività e un ordine naturale che non hanno nulla da temere dalle nostre emissioni di anidride carbonica; che non hanno nulla da temere dall’uomo quanto piuttosto hanno da temere per l’uomo. Per questa increspatura intelligente della natura a cui altro non bisogna augurare che la sua specifica essenza sia il migliore scudo alla propria esistenza.

L'ESAME DELLA REPUBBLICA
(pubblicato su "il Riformista" online del 12/12/2009)
Caro direttore,
è ormai evidente come, in Italia, il confronto politico non si risolva più nell’ordinaria dialettica dei partiti all’interno di un quadro costituzionale condiviso; il passaggio a un vero e proprio scontro sulla concezione della costituzione e delle istituzioni è più che manifesto. Berlusconi ha tirato il dado e si accinge a passare il Rubicone; le forze costituzionali, da parte loro, sembrano aver intuito il pericolo e si preparano a serrare i ranghi. L’auspicio è allora che quest’ultima operazione, quella della compattazione del fronte costituzionale, passi dai gradi dell’intuizione a quelli dell’intelligenza. In questo senso, per ora, ci sembra di poter contare sul Presidente della Repubblica, innanzitutto, e, molto probabilmente, sul Presidente della Camera, sull’Udc e sul Pd. Sennonché non basta. Ci sono due importanti interlocutori, uno sociale e uno politico, ancora, a mio avviso, sul banco di prova: la Confindustria e l’Idv di Di Pietro. Quanto agli industriali c’è da augurarsi che non pensino che i benefici per l’economia di una politica temperata possano venire dalla soluzione della normalizzazione presidenzialista; invece, in merito a Di Pietro, l’auspicio è quello per cui egli non cada nella pretesa solipsistica di risolvere lo scontro sul terreno della via giudiziaria e giustizialista. Ognuno, a mio avviso, pena la responsabilità della sconfitta, dovrà mettere da parte le bandiere dei temi che lo caratterizzerebbero nel conflitto politico e sociale ordinario e capire che quelle bandiere non potranno essere più sventolate dopo l’instaurazione di una repubblica bonapartista. Ognuno è chiamato a mio avviso al suo esame di maturità: la borghesia italiana sul banco del suo profilo liberale di stampo europeo; l’opposizione dipietrista sul banco della politica; e, le forze che più sembrano avere chiaro il compito che ci attende, sul banco della più acuta capacità della mediazione politica e della cooptazione del consenso elettorale. Non è un compito facile quello della maturità del parlamentarismo italiano e però, di fronte a ognuno, ci sono due esempi illuminanti da cui tutti sono chiamati a raccogliere il testimone per il rilancio di una repubblica in cui la dialettica non sia mortificata e, per altro verso, sia cristallino il rispetto di un quadro condiviso: sono le biografie politiche che oggi rispondono ai nomi di Carlo Azeglio Ciampi e di Giorgio Napolitano.

L'ERRORE DEL PD
(pubblicato su "il Riformista" del 26/11/2009)
Caro direttore,
mentre accolsi con favore la nascita del Pds, lo dico soprattutto ai fini di sgombrare il campo da ogni sospetto di conservatorismo, sono stato molto perplesso sull ’operazione politica che ha portato alla costituzione del Pd. Mi sembrò subito, e lo scrissi al Riformista, una disarticolazione dell’offerta politica del centrosinistra e un laccio che riduceva il margine d’azione dei principali soggetti che lo costituivano, il centro progressista della Margherita e la sinistra riformista dei Ds. Non ci sarebbero più stati né un partito di centro in grado di cooptare nella sua area l’elettorato cattolico scontento di Berlusconi ma non disposto a rinunciare alla sua identità centrista né un partito di sinistra in grado di ricostruire una casa comune delle sinistre italiane; e non ci sarebbe più stata la possibilità di costruire una sintesi di governo fra due soggetti distinti ma alleati. Il tempo ha fatto giustizia di questa grave miopia politica e oggi vediamo un Pd che si affanna a ritornare alla strategia dell’alleanza di governo dovendo cercare lontano quello che prima aveva in casa. Lì dove non c’è più la Margherita si guarda all’Udc e a “sinistra” bisogna fare i conti con Di Pietro. Sennonché l’impresa oggi è molto più ardua: lì dove si trattava di mettere insieme due forze che dovevano innanzitutto ampliare il loro consenso fra l’elettorato, e il Berlusconi di oggi avrebbe reso molto più facile il compito, oggi c’è la necessità di trovare un’improbabile sintesi da Casini a Di Pietro. Fino ad uno sguardo a Fini. Chiudo con una considerazione sulle cause di queste maldestre gincane politiche: la facilità con cui la classe dirigente del centro sinistra ha rinunciato alla propria storia politica e, soprattutto, la sua preferenza a muoversi fra le alchimie dei Palazzi rispetto al compito più impegnativo, ma certo più fruttuoso, di scendere fra la gente a guadagnarsi il consenso.

L'ELEMOSINA DELL'ANONIMA EVASORI
(pubblicato su "il Riformista" del 3/10/2009)
Caro direttore,
l'indecorosa vicenda dello scudo fiscale si trascina con l'incedere di un passo che ha sempre più in sprezzo i cittadini onesti. Non vi è bisogno di dire che il principio del provvedimento fiscale che permette il rientro in Italia di molti milioni di euro è in assoluto un vulnus allo stato di diritto. Sennonché il governo, che guarda all'Europa e al mondo solo nel per ciò che gli conviene, ha preteso di giustificare il suddetto rientro dei capitali con l'indicazione alle dinamiche fiscali in atto in Inghilterra e negli Stati Uniti. Subito è stato svelato che lo scudo italiano è di una lega ben diversa rispetto a quelli anglosassoni: lì dove in Italia degli anonimi evasori pagheranno il cinque per cento sul loro per rimpatriare il loro dolo fiscale, in Inghilterra e negli Stati Uniti, chi ha evaso, e esportato all'estero i proventi dell'evasione, potrà fare rientrare in patria tali proventi solo sotto il prelievo del quaranta per cento, senza avere tutele in merito all'anonimato, con la segnalazione e l'attenzione futura del fisco nazionale. Il governo italiano ha sostenuto che, a una tale cifra, gli evasori non verrebbero allo scoperto. Il governo italiano, dunque, contratta con gli evasori mentre sappiamo che i governi europei e soprattutto gli Stati Uniti stanno piuttosto esercitando una pressione sulle banche dei paradisi fiscali perché chi non si decida a riportare in patria i frutti dell'evasione venga smascherato e espropriato in tutto il suo maltolto. Certo, una bella differenza. Quindi Berlusconi, ora, si è affrettato a far sapere che i proventi del cinque per cento che gli evasori lasceranno allo Stato serviranno a finanziare la scuola e la sanità. Mi chiedo allora: si può chiamare Stato quello in cui opera un governo che assicura la salute e l'istruzione dei suoi cittadini con l'elemosina dell’anonima evasori?
L'APOLITICA DEL TERRITORIO
(pubblicato su "il Riformista" online del 26/9/2009)
Caro direttore,
la triste vicenda dei soldati uccisi nell’attentato di Kabul ci dà ancora una volta l’idea di quale sia la pasta politica di cui si costituisce la Lega. Abbiamo spesso sentito dire dai leghisti che la loro politica non è ostile agli extracomunitari ma ha piuttosto l’idea di aiutare queste persone nelle loro terre. Scopriamo ora che non è così. Le parole di Bossi sul ritiro dei militari dall’Afghanistan ci danno infatti il segno che, anche sul tema del sostegno indigeno, le menti e i cuori dei leghisti non riescono ad andare oltre il loro famigerato “territorio”. Un territorio che essi sembrano intendere più come il limite che l’animale demarca con i propri bisogni che come la comunità che Alfredo da Giussano difendeva con la propria spada. Vi è infatti nell’idea del ritiro dei soldati dall’Afghanistan un torto che i leghisti, prima che alla comunità internazionale e al popolo afghano, fanno innanzitutto alla figura del militare. Che un militare possa cadere, infatti, in una missione è una componente strutturale del suo lavoro e una prova millenaria della sua virtù specifica, il coraggio; che esso invece si ritiri dopo una perdita è esattamente l’antitesi della sua essenza. Non sono parole di chi scrive e non è sulla linea del fronte, ma quanto abbiamo sentito ripetere più volte dagli stessi militari italiani impegnati nei teatri di guerra contemporanei. Se ce ne era dunque bisogno, abbiamo ancora avuto la prova di quale sia la cifra costitutiva della Lega. Di fronte alla crisi di un ordine civile, con le sue conseguenze economiche, sociali, culturali e religiose, ci sono due tipi di risposte: quella del ritorno a uno stato di ferinità in cui ogni animale circoscrive con i suoi bisogni il proprio territorio o quello della paziente, dolorosa e lunga tessitura di un nuovo ordine civile. I leghisti ci volevano fare intendere di seguire la via della politica attraverso la strategia della circoscrizione nella nostra terra e di un generoso e intelligente aiuto nei paesi extracomunitari. Non è purtroppo così. L’idea è invece quella del leone della Serenissima che digrigna i denti mentre marca il territorio con i suoi bisogni. Povera antica e nobile Serenissima, repubblica sulla cui accoglienza verso l'ospite scriveva Francesco Petrarca: "solo porto a cui, sbattute per ogni dove dalla tirannia e dalla guerra, possono riparare a salvezza le navi degli uomini che cercano di condurre tranquilla la vita".

INSEGNANTI PRECARI E SEGRETARI DEL RISIKO
(pubblicata su "il Riformista" online del 3/9/2009)
Caro direttore,
insegno filosofia e storia al liceo da circa un decennio. Dieci anni in cui puntualmente ho preso servizio a settembre per guidare con professionalità e passionecentinaia di amabili ragazzi fra la storia degli eventi e dei pensieri che si dispiegano dall’antichità greca fino ai nostri giorni; dieci anni in cui puntualmente ho presieduto in qualità di esaminatore interno ed esterno gli esami di maturità in virtù dei quali i nostri ragazzi cominciano a muovere i primi passi di cittadini consapevoli fra le vie del vivere comune. Le scrivo quindi ora dall’occhio del ciclone. Dall’occhio di quel ciclone che sta investendo la scuola statale in virtù della nuova politica scolastica del governo Berlusconi. E’ una politica scolastica, quella che si dispiega attraverso la sapiente e ispirata opera del ministro Gelmini, che ha pensato bene di risolvere i problemi del nostro paese a partire dalla scuola; sennonché, poi, ha pensato di risolvere i problemi della scuola attraverso un principio fondamentale: la riduzione drastica del numero degli insegnanti grazie all’innalzamento puntuale del numero degli alunni che costituiscono ogni singola classe. Una politica scolastica, dunque, che concepisce innanzitutto come numeri i principali protagonisti che si muovono ogni giorno fra i banchi e le cattedre. Non ci vuole molto di più del buon senso per intendere che la via intrapresa dal governo è esattamente contraria alla direzione lungo la quale si dovrebbe costruire un scuola di qualità. Si potrebbe discutere molto, poi, di vie e controvie che si dipartono dall’arteria principale di Viale Trastevere. La filosofia abitua però a rinvenire l’idea che sta al di sotto di una molteplicità di fenomeni e dunque non c’è bisogno di fare qui un elenco di guai, che peraltro può vedere facilmente chi voglia guardare, in cui si sta inabissando il sistema dell’istruzione pubblica in Italia. Invece, ogni volta che ritorno dai meandri kafkiani del provveditorato, mi trovo puntualmente alle prese con una domanda. Il governo Prodi, quello che aveva preso le mosse nel 2006, aveva avuto come sua preoccupazione e progettazione nei confronti della scuola un piano triennale per la stabilizzazione di 150.000 docenti precari. Lo scrivo come docente che ogni anno si reca puntualmente a prendere l’incarico annuale al provveditorato ed è bene informato sullo scorrimento delle graduatorie e delle immissioni in ruolo. E, come docente, Le dico sempre che tale politica scolastica assicurava i due principi fondamentali per una vera scuola di qualità: il rapporto efficace fra il numero dei professori e quello degli studenti e soprattutto la continuità didattica che permette la costruzione di un percorso regolare sia nell’insegnare che nell’apprendere. Sennonché, su questa direzione virtuosa, arrivò la mannaia dell’uscita di Veltroni, l’esternazione in cui l’ex segretario del Pd faceva sapere che il Partito, nelle future competizioni elettorali, avrebbe “corso da solo”. E’ stato lo stesso Prodi, in un’intervista al noto programma televisivo «chetempochefa», a dire che, la prima ripercussione dell’improvvisato risiko veltroniano, fece sì che Mastella si presentasse all’uscio di Palazzo Chigi per fare intendere che aveva il via libera per far cadere il governo di centrosinistra (e con ciò spianava la strada al ritorno al governo di Berlusconi e dell’attuale esecutivo). Ecco, in un tempo in cui tutti fanno domande a tutti, la domanda di un insegnante precario, al ritorno dai meandri gelminiani del provveditorato è la seguente: ma quando questa gente, che un giorno fa il segretario e quello dopo il romanziere, senza un giorno di precariato all’attivo, fa politica, ha la consapevolezza di quali ripercussioni le sue parole e le sue azioni hanno sulle vite di milioni di persone (che tra l’altro li ha votati) o, appunto, non va oltre la coscienza di essere ancora seduto al tavolo di un fantasmagorico Risiko postadolescenziale? la domanda è estesa ai ministri del governo che scendevano in piazza a manifestare contro l'esecutivo di cui facevano parte e allo scalpitante ex Presidente della Camera Bertinotti che ora, con l'aggiunta della beffa al danno, fa l'insegnante all'Università di Perugia.

LA DIALETTICA DEL CATTOLICESIMO
(pubblicato su "il Riformista" del 7/8/2009)
Caro direttore,
leggo proprio sul Riformista come quella Chiesa che lamenta un mancato richiamo alle radici cristiane dell’Europa si è ora espressa così, attraverso il suo più alto rappresentante, sulla valenza della Rivoluzione francese e più in generale sulla cultura illuminista del Settecento: “Il razionalismo fu inadeguato perché non tenne conto dei limiti umani e pretese di elevare la sola ragione a misura di tutte le cose, trasformandola in una dea”. Sono parole su cui bisognerebbe tagliare corto oppure dilungarsi in un lungo commento. Proverò però a rispondere per le via del mezzo. Basta infatti notare che se vi è una cultura che abbia fatto della ragione uno strumento assoluto è esattamente il cattolicesimo romano con la sua pretesa di dimostrare la stessa esistenza di Dio per la via, appunto, della ragione umana. Di contro, proprio la cultura illuministica, nell’opera del suo rappresentante più alto, Immanuel Kant, risolse la sua cifra ultima nel segno della ricerca razionale di quale fossero gli stessi limiti della ragione. E li individuò proprio nella pretesa della ragione a essere legislatrice sulla stessa esistenza di Dio. Con il che veramente proprio la ragione diventerebbe la misura di tutte le cose, della stessa legittimità dell’esistenza di Dio, e toglierebbe alla fede quello slancio profetico che non ha la sua linfa fra le sicurezze intellettuali dell’infinita sapienza dei teologi quanto nei timori e nei tremori della finitezza delle esistenze degli uomini.
LA BEFFA DELLA REPUBBLICA
Credo che sia un fatto la sempre più diffusa convinzione che mai il nostro Paese abbia attraversato un periodo di decadimento politico, morale, culturale e sociale più profondo rispetto a quello di oggi. Ed è certo una convinzione che non affonda le sue radici in una fantasmagoria collettiva quanto piuttosto in quelli che sono dati più che manifesti. Ci siamo assuefatti all’idea che Berlusconi possa interpretare e colorire l’istituzione della Presidenza del consiglio nei modi che conosciamo e quindi ogni riferimento al premier non è più un argomento che possa sostenere la tesi di un momento di declino senza eguali. Sennonché, pure al di là di questo problema, la tesi di un decadimento profondo può esibire testimonianze altrettanto sconcertanti. Sia nell’anniversario della morte di Falcone che di quella di Borsellino nessun esponente del governo e dell’opposizione ha avuto il buon senso di presenziare alle cerimonie delle commemorazioni. Dobbiamo piuttosto assistere alle esternazioni dell’onorevole Pecorella, presidente della commissione per le ecomafie, secondo cui il movente della attività anticamorra di Don Giuseppe Diana è solo una delle ipotesi che può benissimo valere quanto quella della vendetta per gelosia ed è quindi “inutile costruire delle fantasie sulle ipotesi”. Un altro anniversario ci riporta ancora fra i toni della beffa. Solo nell’Italia contemporanea è infatti pensabile che il due agosto si celebri la commemorazione delle vittime della strage di Bologna e il giorno seguente esca dal carcere, dopo una condanna all’ergastolo, colui che è stato individuato da un tribunale della Repubblica come l’esecutore materiale del fatto. Quella che sembra una fantasmagoria è piuttosto la realtà e dunque non è una fantasmagoria collettiva l’idea che il decadimento della vita associata abbia probabilmente toccato nell’Italia contemporanea il suo punto più basso. Leggere tutto ciò nei danni della beffa comincia ad essere riduttivo e forse non è un caso che un ex Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, uomo misurato che sa certo quello che dice e il momento in cui lo dice, abbia rilasciato ieri un’intervista in cui ha raccontato dei suoi gravi timori per le istituzioni repubblicane ai tempi della sua Presidenza del Consiglio. Che non abbia parlato di Caio per farci intendere di Cesare?

AMAREZZA TRICOLORE
(pubblicato su "il Riformista" del 21/7/2009)
Caro direttore,
ieri non è stato certo un bel giorno per chi ha a cuore il Mezzogiorno d’Italia e non dimentica chi si è battuto eroicamente per conferire ad esso quella dignità che i suoi abitanti meritano e che la cultura mediterranea ha lasciato iscritta nella storia. La totale assenza dei più alti rappresentati delle istituzioni alla cerimonia di commemorazione di Paolo Borsellino brucia infatti come una ferita aperta e lascia, oltre allo sgomento, un senso di profonda amarezza. E non è solo un’amarezza emotiva. Per chi, infatti, nel regime della pseudocrazia che si è istaurato in Italia crede che i fatti abbiano ancora un valore, non è facile superare la percezione che il processo della costruzione di uno stato unitario sotto le insegne del diritto stia arretrando di giorno in giorno. Ogni giorno la Costituzione e il diritto statuale sembrano sempre più in difficoltà nello stringere sotto le stesse regole e gli stessi istituti l’insieme delle regioni italiane. E i soggetti più autorevoli delle istituzioni sembrano assecondare questo lento degrado. Mi dispiace dirlo, ma non si può in pochi giorni lasciare che il Nord istituisca le sue ronde e non andare di persona nel Sud a onorare la memoria di chi pensava che l’unica legge del Mezzogiorno dovesse essere quella della Costituzione. Lo dico sommessamente e forse da un cantuccio in cui non si vedono i più alti disegni della politica; ma, allo stesso tempo, con un profondo senso di amarezza. L’amarezza di chi vorrebbe il suo Paese unito e libero nel segno delle regole e degli istituti del diritto e lo vede invece scivolare pericolosamente sotto l’arbitrio delle ronde e delle cosche.

OBAMA E BERLUSCONI
(pubblicato su "il Riformista" del 14/7/2009)
Caro direttore,
sono in parte d’accordo sulla diffusa tesi del nuovo lustro che Berlusconi avrebbe ritrovato in virtù del G8 de L’Aquila e sulla luce riflessa che Obama avrebbe proiettato sul Presidente del Consiglio italiano. Sennonché tutto ciò può essere sostenuto solo a patto di pensare che lo smalto del cavaliere si sia ritemprato unicamente al livello del lustro e dell’apparenza. Al fondo, Berlusconi, lontano dai tempi di gloria della «guerra parallela» insieme all’amico George, è divenuto più uno strumento della politica estera del pragmatico Obama che un vero e proprio soggetto politico che si muove nel segno di quelle che sono le sue idee e i suoi stessi modi di essere. La prima testimonianza della subalternità di Berlusconi a Obama e del pragmatismo con cui si muove quest’ultimo nei confronti del governo italiano può essere rilevata in un episodio antecedente al G8. La chiusura del carcere di Guantanamo e la ridistribuzione dei suoi prigionieri su un suolo che non sia solo quello statunitense è cosa che il presidente americano ha nelle incombenze più urgenti della sua politica e non è un caso che il primo paese in cui sia riuscito a ricollocare tre esponenti di Al Qaeda è stata proprio l’Italia di Berlusconi. Probabilmente, quindi, la stessa scelta obamiana, di concedere una parte della luce della sua stella politica sul palcoscenico aquilano al malconcio Presidente del Consiglio italiano, deve essere intesa i due modi: in quello della temporanea ricompensa a chi, unico ancora, si è preso l’onere di accogliere sul proprio suolo degli esponenti del terrorismi islamico e, soprattutto, in quello della chiara scansione del nuovo corso del rapporto che intercorrerà fra i due esecutivi atlantici. Un rapporto, crediamo, in cui la stella che brilla di luce propria sceglie di volta in volta se ritemprare le ombre di un cavaliere dimezzato a seconda di quanto egli si presti o meno ai fini di una politica americana molto lontana da quella dell’amico George.
UN MEDICO PER IL PD
(pubblicato su "il Riformista" del 10/7/2009)
Caro direttore,
ho appreso con grande favore la discesa in campo di Ignazio Marino per la guida del Pd. Innanzitutto perché, di fronte all’ostinazione di chi non ha avuto finora il pudore di fare un passo indietro dopo un quindicennio di brancolamenti e di sconfitte, era necessaria la tempra di chi avesse il coraggio per fare due passi in avanti. Con il suo gesto, dunque, Marino si è presentato nel segno vero e proprio del coraggio. Una virtù che, oltre a caratterizzare la forma dell’operato di Marino, mi è sembrata da sempre intessere la sua capacità sostanziale di dire i sì con i sì e i no con i no rispetto alle questioni più urgenti dell’agenda politica italiana. Nel partito delle equidistanze-lontananze e dei «ma anche» una dote rara. Si conosce molto bene la chiarezza della battaglia di Marino sulla questione del testamento biologico ma è bene sottolineare come egli sia un uomo della chiarezza e dell’azione soprattutto per la proposta netta di dotare il Pd dello strumento del voto a maggioranza. In questo senso, lessi, in un’intervista a Marino, una risposta quasi ovvia che, nei bizantinismi dei movimenti paralitici del Pd, mi sembra tuttora solo nelle riflessioni del medico pensare per il grande malato: sulle questioni si discuta e poi si prendano delle decisioni a maggioranza; e chi è in minoranza si rimetta pacatamente e serenamente a tali decisioni. Quale altro è, del resto, il criterio per distinguere la genuinità del progetto di un partito che ha voluto prendere per sé il nome di democratico? Non andrò oltre nell’elencare i motivi che mi spingono a vedere del buono nella discesa in campo di Marino ma è certo che i riflussi positivi dell’Atlantico non arrivano, per la politica italiana, attraverso le quintalate di polvere di stelle degli studios hollywoodiani quanto piuttosto dalla cultura del merito, dell’efficienza e della ricerca delle cliniche di Pittsburg.
IL CREPUSCOLO DEL QUATTRO NOVEMBRE
Se, come sembra, è iniziata la parabola discendente della stella politica di Silvio Berlusconi, vi è, a mio avviso, un giorno ben preciso, il 4 novembre del 2008, che si può indicare come giorno dell'inizio di tale declino. Nella sera di quel giorno, Barack Obama entrava, come nuovo inquilino, dalla porta principale della Casa Bianca mentre, non a caso, uno stuolo di conigliette, entrando dalle entrate secondarie di Palazzo Grazioli, si preparava a consolare più o meno innocentemente il vecchio inquilino. Che il secondo evento possa essere inteso nel segno della consolazione rispetto al primo lo diciamo perché, probabilmente, proprio nell’uscita dai palazzi del potere internazionale dell’ “amico George” può essere rinvenuto l’inizio dell’indebolimento politico di Silvio Berlusconi. Non è appunto un caso che lo stesso premier italiano, nella sera in cui le cancellerie di tutto il mondo preparavano le loro dichiarazioni rispetto a quanto succedeva alla Casa Bianca, intratteneva le sue ospiti in un amarcord celebrativo dei suoi incontri con Bush a Washington. E non è un caso che, consapevole di quale valenza avesse, innanzitutto per lui, la nuova elezione americana, il primo commento di Berlusconi su questo evento sia stato, nel segno della stizza e fra gli amici visi pallidi dell’ex Kgb, quello sull’abbronzatura di Obama. Questi, per converso, nella diffidenza che è apparsa nel primo incontro col premier italiano, non avrà dato certo peso al famigerato “suntanned” più di quanto invece non si sia preoccupato, insieme alla sua squadra, di un inquilino che, a Palazzo Chigi, sembra piuttosto distratto rispetto al problema centrale della crisi economica, o, al meglio, disposto a intenderla e ad arginarla nel segno psicologia; e di un alleato che non è proprio auspicabile avere a fianco negli attenti passi della nuova strategia della Casa Bianca rispetto al rapporto con il mondo arabo. Insomma, se il paese che è nato il 4 luglio sembra essere rinato nel nuovo millennio il 4 novembre scorso, probabilmente ci sono arrivate e ci arriveranno diffuse notizie sulla festa che nello stesso giorno si consumava a Palazzo Grazioli proprio perché anche per l’Italia, in quel giorno, non andava in scena solo una ordinaria nottata di escort, canti e barzellette.

SINISTRA. L'ULTIMO AUGURIO
(pubblicato su ''il Riformista'' on line del 9/6/2009)
Caro direttore,
rispondo brevemente alla domanda posta dal Riformista su quale sia la strada che il Pd dovrebbe prendere dopo questa ulteriore sconfitta elettorale. Credo che innanzitutto si debba dire quello che il Pd non dovrebbe fare: aprire il fronte interno e togliere la segreteria a Franceschini a cui si deve piuttosto riconoscere di aver limitato i danni e di non essere stato colui a cui si dovrà imputare la conflagrazione finale. Purtroppo però, dietro le quinte, i geni del male, la catastrofica miscela di mediocrità e supponenza, sono già alle prese con il compito storico per cui lavorano ormai da quindici anni e non c'è ragione per non credere che porteranno a termine il loro capolavoro alle elezioni regionali del prossimo anno. A queste, per indicare invece una proposta costruttiva, il Pd si dovrebbe avvicinare, a mio avviso, nel segno della coesione sotto la segreteria di Franceschini e di un'alleanza politica riformista con l'Italia dei Valori e Sinistra e Libertà. In questo senso, l'augurio è che nel Pd e col Pd ognuno sia richiamato a quel senso di responsabilità che finora hanno dimostrato solo gli elettori in cui, soli e coriacei, non si è esaurita ancora la spinta propulsiva di Moro e Berlinguer.
ELEZIONI EUROPEE 2009. LA SCELTA A SINISTRA
(pubblicato su "il Riformista" del 4/6/2009)
Caro direttore,
siamo ormai alle porte delle elezioni europee e immagino che molti elettori di sinistra, come il sottoscritto, siano in uno stato di forte imbarazzo di fronte al voto; in questo senso non stupirà la scelta di chi diserterà l’urna elettorale lì dove i gruppi dirigenti hanno costruito in questi anni un’urna funeraria. Per quello che mi riguarda vi è però ancora un richiamo filosofico che mi induce a non disertare il voto e che suona nei seguenti termini kantiani: “fai quel che devi, accada quel che può”. Vi è infatti, a mio avviso, il dovere degli elettori di non contribuire all’estinzione della sinistra italiana in relazione alla quale, lo ripetiamo, i dirigenti hanno fatto tutto il possibile; accadrà poi quello che può. Sennonché, di fronte al richiamo del suddetto dovere, si ha il diritto di trascurare ogni appello dell’ultimo minuto al cosiddetto voto utile e di cercare di meditare quale sia la scelta che a ognuno sembri più sensata. Una volta superato lo scoglio dell’astensionismo si presenta infatti il problema della frammentazione: continuare col Pd? Rompere ogni indugio rispetto a Di Pietro? Rimanere saldi nelle certezze della falce e martello? O provare con Sinistra e Libertà? Per quello che mi riguarda proverò a seguire coerentemente il percorso che ho ritenuto più valido dopo lo scioglimento del Pci. Non ebbi esitazione, a quei tempi, sul fatto che la costituzione di una sinistra socialdemocratica di stampo europeo fosse l’itinerario su cui incamminarsi e perciò guardai con favore alla nascita del Pds. Cercherò di districarmi dalla ennesima matassa di questo voto nello stesso senso: il Pd ha fatto di tutto per essere tutto e in termini socialdemocratici sembra essere niente; l’Italia dei Valori sembra ancora distinguersi per contraddizione rispetto all’avversario; Diliberto e Ferrero continuano nella loro ritirata sull'Aventino rosso che scartai già al tempo di Garavini; sembra quindi che l’unico progetto che possa tenere fede all’ipotesi socialdemocratica senza cedere a destra o a sinistra sia quello proposto da Sinistra e Libertà. Purtroppo, dopo quasi vent’anni, siamo ancora nel segno del progetto e, per giunta, nelle dimensioni ridotte della sopravvivenza: farò quel che devo, accada quel che può.

SINISTRA ED EVOLUZIONE
(pubblicato su "il Riformista" del 20/5/2009)
Caro direttore,
credo che le difficoltà in cui versa oggi la sinistra italiana siano innanzitutto legate alla mancanza di una visione completa della società e dell’uomo che è venuta meno con la crisi del riferimento al marxismo e con la conseguente incapacità di una rielaborazione critica che certo non poteva essere affidata alla classe dirigente che abbiamo visto all’opera negli ultimi quindici anni; perciò, nonostante ritenga che alcune delle categorie marxiane siano da rielaborare in maniera critica, non sono mai incorso nell’abbaglio intellettuale di scambiare Il Capitale per il Manifesto del Pd. In questo anno di letture darwiniane, invece, mi sono imbattuto in più libri che, importando faticosamente in Italia la cultura anglosassone, possono essere a mio avviso un punto di inizio per la ricostruzione di un’identità culturale di sinistra che non può essere certo intrapresa fra le scorciatoie spicciole del dipietrismo; fra le pagine della filosofia si può leggere che la “scorciatoia dell’intelligenza è la strada più lunga” ed è per questa via che credo debba ricominciare un percorso serio e paziente di ricostruzione. E’ una via su cui si può incontrare, come mi è capitato, il pensiero di Darwin e, più nello specifico, i temi poco noti della visione dell’uomo che si dispiega nell’Origine dell’uomo. In questa opera stupiscono le pagine in cui la teoria della selezione naturale, piuttosto che dare credito a una visione bellicistica dell’esistenza, viene chiamata a spiegare la formazione degli istinti sociali e della stessa coscienza morale. Come scrive Orlando Franceschelli nel suo bel saggio Darwin e l’anima (Donzelli), “proprio la selezione naturale offre in realtà la chiave per capire come gli stessi impulsi altruisti, dando un vantaggio alle tribù che ne sono portatrici, siano divenuti gli istinti sociali caratteristici delle comunità umane”; impulsi altruistici premiati dalla stessa selezione naturale fino alla costituzione naturale della stessa ragione morale che nel suo punto più alto arriva alla riflessione che se “per i nostri antenati i fratelli e le sorelle erano solo gli appartenenti al proprio gruppo. Noi, loro eredi delle nazioni civilizzate, abbiamo imparato a sentire e capire che, in realtà, nostri fratelli e sorelle non sono solo tutti i nostri simili, ma anche tutti gli altri viventi non umani”. Si potrebbe procedere oltre ma incombe lo spazio della conclusione. Quali migliori presupposti per andare in questa direzione nella ricerca di un rinnovato vigore delle idee che la sinistra ha sempre fieramente rivendicato come proprie? In poche battute abbiamo letto della natura sociale dell’uomo, di un’origine del tutto emancipata da qualsiasi presupposto teologico di tale natura sociale e della capacità di questa natura a estendere i confini della propria comunità etica fino a ogni altro vivente. Non è poco. E non è da poco il fatto che si possa chiamare in questo senso una testimonianza fuori da ogni utopia: non è forse l’elezione di Obama la migliore testimonianza che il realismo politico degli eredi della nazione civilizzata più avanzata si risolva nella selezione della riflessione che il futuro possa schiudersi solo dietro la porta di un ritrovato rapporto degli uomini con gli uomini e degli uomini con l’ambiente?
IL PAESE DELLA PARODIA
(pubblicato su ''il Riformista'' del 22/4/2009)
Caro direttore,
le scrivo queste righe di ritorno da un breve ma significativo soggiorno londinese in cui ho potuto attraversare in lungo e in largo quella che senza fare torto alla sua etimologia può essere chiamata una città. L’amore per la mia città natale, Roma, e per il suo splendore non è certo stato intaccato e però, durante le passeggiate londinesi, è stato più la fonte di una certa rabbia che dell’orgoglio. La rabbia di chi, nella consapevolezza di quale grandezza abbia avuto nel passato la propria città, la vede oggi ridotta, in merito alla pulsazione vitale dei servizi, della comunicazione, del senso civico e della cultura, piuttosto alla parodia della città che non a una vera e propria città. Camminando per le vie di Londra si ha come il senso che gli amministratori della cosa pubblica romana abbiano spesso battuto le vie delle capitali europee e, al loro ritorno, non abbiano saputo far altro che dare luogo a imitazioni velleitarie e appunto parodistiche. Farò un esempio per tutto: a causa della chiusura, puntualmente indicata, di un tratto della efficiente, linda e pinta metropolitana londinese, mi sono trovato a scendere prima rispetto alla mia meta; bene, non ho fatto in tempo a risalire dal sottosuolo che subito mi aspettava, per condurmi a destinazione, un via vai di battelli che facevano una ordinaria spola sul Tamigi. L’analogo, nella nostra città, sarebbe il solitario battello turistico che alla prima piena del Tevere ha tristemente rovinato su Ponte Vittorio Emanuele. Verrebbe la voglia di proseguire in merito alla serie di velleità europeiste che i sindaci capitolini ci hanno prospettato e continuano a prospettarci puntualmente, sennonché finirò con una considerazione sulla cultura che, si sa, è poi il riflesso dell’organizzazione sociale di un popolo: non parlerò della nota gratuità dell’accesso ai musei londinesi ma di un particolare. Nella visita all’abbazia di Westminster ho notato, con un senso santo, cattolico, apostolico e romano della sorpresa, che, all’interno delle navate laterali del più importante luogo di culto londinese, campeggiava la locandina della mostra per il bicentenario della nascita di Darwin. Anche su questo punto la riflessione è ricorsa alla categoria della parodia: possiamo vantare infatti anche noi l’interlocuzione tra fede e sapere a patto però che essa sia, prima in versione teocon, quella fra gli atei devoti e i cardinali teologi e ora, in versione teodem, quella fra il giornalista dei segreti e il teologo pseudomodernista. Un’interlocuzione seria tra fede e sapere, quale, per esempio, quella proposta da Orlando Franceschelli, prima in Dio e Darwin e ora in Darwin e l’anima, o da Padre George Coyne in Fede e conoscenza. Per un nuovo incontro di scienza e teologia, è strozzata sulle soglie del Seicento, il secolo in cui, qualora lo si guardi per il verso della sua organizzazione della società o per quello dell’espressione culturale, questo nostro amato paese sembra aver finito di fare sul serio e lasciato lo spazio solo, appunto, agli astanti della parodia.
TERREMOTO. FRA RISPETTO E RIFLESSIONE
(pubblicato su ''il Riformista'' e ''il Manifesto'' online del 8/4/2009)
L’accento prevalente che si ascolta fra le parole della politica è quello di rinviare le polemiche sulle responsabilità che possono aver costituito le concause della tragedia che sta attraversando l’Abruzzo. Vi è certo in questo momento la necessità primaria di concentrare le energie per assistere i superstiti e per salvare quanti sono intrappolati ancora fra le macerie. Sennonché è forse anche vero che il momento più opportuno e utile per dire alcune cose è quello in cui le emozioni rappresentano l’autentico passaporto dei ragionamenti. E questa è già una riflessione: è un paese, il nostro, in cui sembra quasi impossibile ormai ragionare a mente fredda, cercare di fare un dibattito pubblico senza che il caso sensazionale sollevi il caso nazionale. E’ stato così per la povera Eluana e il dibattito sul testamento biologico e sarà purtroppo così per il terremoto abruzzese e la riflessione sul rispetto per l’ambiente. Con una amara constatazione: quella per cui la legislazione è sempre più intessuta dello spirito patologico della recriminazione piuttosto che di quello fisiologico della prevenzione. Quest’ultima sembra ancora una volta, per venire a parlare del terremoto, la grande assente. Lascio a chi è più esperto di questioni geologiche la diatriba se i terremoti si possano prevedere o, meglio, in che misura si possano prevedere. L’interrogativo che invece mi sento di elevare a criterio discriminate dell’assenza di una politica della razionalità ambientale ed edilizia è un altro: si lasci anche correre sulle frane degli edifici degli organismi amministrativi, si lasci correre addirittura sulle scuole; ma in quale paese in cui la cosa pubblica abbia un senso si può pensare all’assenza evidente di una minima politica ambientale e della salute pubblica che garantisca che almeno l’ospedale di un importante capoluogo di provincia non sia destinato al tracollo e all’inagibilità? Il terremoto ha innanzitutto spazzato via la struttura principale della risposta al terremoto. Ecco: pur lasciando da parte ogni polemica sulla cementificazione selvaggia e l’infrazione a ogni vincolo ambientale, che forse in questo momento suonerebbe nel segno del cinismo, almeno su questo interrogativo credo che i cuori debbano spingere le menti. Ritengo infatti che se evitare il cinismo sia a tutti gli effetti una virtù pubblica lo stesso si debba dire dell’esercizio critico sull’operato di chi dovrebbe fare un minimo di prevenzione sulla salute pubblica. Raccogliamo, dunque, l’invito dei politici a evitare il cinismo e ci aspettiamo, di contro, che essi non abdichino ancora una volta all’analisi delle responsabilità delle loro incuranze. E il tracollo di una struttura pubblica di primo soccorso quale un ospedale è certo una grave incuranza di chi dovrebbe prevenire e ora non può nemmeno curare.

TERRORISMO. I NUOVI TIMORI
(pubblicato su "il Riformista" del 4/4/2009)
Caro direttore,
ho letto con interesse l’articolo di Biagio De Giovanni sui timori di una recrudescenza del terrorismo e, a quanto egli scrive, vorrei aggiungere una considerazione. Non credo che si debba temere tanto il “ritorno” del terrorismo. Quella degli anni Settanta, più che una violenza sociale e politica, fu il gioco tragico di un manipolo di pseudo-intellettuali che al Monopoli preferirono emozioni più forti. Oggi, purtroppo, i pericoli dell’esplosione di una vera e propria violenza sociale e politica non hanno i loro covi fra Parco della Vittoria e Bastioni Gran Sasso; sono nelle case, fatte di mattoni veri e propri, in relazione alle quali la gente non riesce a pagare le bollette dei bisogni primari. In quelle case dove i giocatori di Monopoli degli anni Settanta non seppero e non potevano fare breccia alcuna. Per due motivi: perché chi era al governo riusciva bene o male a dare delle risposte ai suddetti bisogni primari e chi era all’opposizione sapeva bene o male interpretare la protesta di ciò che rimaneva insoluto e esprimere tale protesta all’interno di un sistema istituzionale; sapeva, chi era all’opposizione, demarcare nettamente il confine fra la protesta e la violenza e poteva, per credibilità e autorevolezza, persuadere il suo popolo a non superare quel confine. Più che nei confronti di un “ritorno”, dunque, i timori dovrebbero essere, e per questo credo siano veri e propri timori, verso la nascita di una vera e propria violenza sociale che, al momento, non ha a mio avviso, nei partiti un metabolizzatore istituzionale né tantomeno autorevoli censori. Per chi poi pensi di contare sul ruolo narcotico della televisione, più che a una mia considerazione, lascerei la risposta alle parole di una giovane donna vedova con due figli che ho ascoltato in talk show politico di una delle scorse serate. Testuale: “per riempire questa solitudine la televisione non basta più”.
IL BERLUSCONI STORICO
(pubblicato su ''il Riformista'' del 29/3/2009)
Caro direttore,
a quindici anni dalla scesa in politica di Berlusconi, vi è un aspetto del berlusconismo, quello vincente a mio avvisio, su cui finora credo che si sia riflettuto poco: il processo di secolarizzazione della vita italiana. Nel periodo della prima repubblica, né il capitalismo italiano né lo stesso Pci hanno certo costituito delle forze storiche che abbiano spogliato la società italiana di quella tavola di valori metatemporali che invece in Europa si erano lentamente destrutturati grazie all’avvento della società industriale e della conseguente diffusione del pensiero liberale e di quello socialista. A ben vedere, invece, al di là del fatto politico immediato, ciò che costituisce la cifra storica del berlusconismo è proprio il processo di secolarizzazione della società e della cultura italiane. E, se nel resto dell’Europa la diffusione del materialismo stesso è stato il risultato del pensiero borghese e di quello socialista, in Italia, ciò non è certo avvenuto, come fenomeno di massa, per opera di quelle forze. Non dimentichiamo, in questo senso, le due anomalie italiane: l’assenza di un vero e proprio capitalismo di stampo europeo, per non dire anglosassone, e quella di un consistente partito socialista. Fino a qui l’analisi. Se poi ci è lecito spendere anche qualche riga per il giudizio, diremo che il berlusconismo è stato il peggiore dei processi di secolarizzazione che all’Italia potevano capitare: i suoi arieti sono stati infatti, a nostro parere, l’indebolimento di una società delle regole e la proposizione di modelli culturali che hanno dilaniato il tessuto sociale italiano, soprattutto quello giovanile. E’ un amaro destino quello italiano: entrare nei fenomeni storici sempre dalla porta sbagliata. Agli inizi del secolo scorso siamo entrati nell’orizzonte della società di massa con il fascismo e ora in quello di una società dell’immanenza con il berlusconismo. In entrambi i casi, con la benedizione, direi sprovveduta, delle gerarchie ecclesiastiche. Probabilmente infatti, con la crescita delle nuove generazioni, questa sorta di contemporaneo cattolicesimo plutocratico finirà; e non viene certo da pensare che l’ossimoro sarò sciolto a scapito del dio denaro.
IL CATTO-CONSUMISTA
(pubblicato su ''il Riformista'' on line del 17/2/2009)
Caro direttore,
nonostante creda che la guerra degli epiteti inaugurata da Berlusconi contro Franceschini, il “catto-comunista”, rientri nella consolidata strategia della distrazione dell’opinione pubblica che il Presidente del Consiglio preferisce e sostituisce puntualmente a un più complessa strategia della sua attenzione alla cosa pubblica, ritengo che bene abbia fatto il nuovo segretario del Pd a rispondere all’avversario indicandolo nei termini del “clerico-fascista”. Sennonché non credo che Franceschini abbia risposto proprio per le rime o, come lui stesso ha detto, “tecnicamente”. Nel segno del tecnicismo, infatti, mi sembrerebbe più appropriato individuare in Berlusconi i segni del leader “catto-consumista”. I segni di uomo politico, cioè, che ha ubriacato dell’etica del consumo la società civile italiana e che non disdegna ora di ricorrere sempre più frequentemente all’uso della religione cattolica nel peggiore fra i modi dell’instrumentum regni. Sul primo punto, sia chiaro, la critica non è alla logica del mercato in se stessa quanto piuttosto a quell’idea della completa deregolamentazione dell’affare economico che il premier ci sembra aver instillato nell’intera società civile italiana; crediamo che Berlusconi abbia insegnato agli italiani più una logica compulsiva dell’accumulo e dello sperpero che una adulta mentalità liberista e, di riflesso, liberalista. Sul secondo punto, quello della frequentazione berlusconiana delle pagine della teologia, ancora peggio: non ci sembra, infatti, possa essere individuato atteggiamento più greve e lontano dalla vera pietas cristiana quello che il Presidente del Consiglio ha usato nei confronti di Eluana Englaro e della sua famiglia. Si ricordi come la chiave di lettura che il premier diede agli italiani sulla vicenda Englaro fu in sintesi questa: il desiderio di un padre di “liberarsi di un peso” e incapace di cogliere il “bell’aspetto” di una figlia che gli avrebbe potuto anche dare dei nipoti. Per concludere, più che a un clerico-fascista, sono questi i tratti che “tecnicamente” ci fanno pensare a un “catto-consumista” e purtroppo dobbiamo constatare che, di fronte a una sinistra che non è riuscita a costruire un modello antropologico alternativo, gli insegnamenti di Berlusconi continuano a essere l’unico riferimento per la maggior parte della società civile italiana.

LA FARFALLA E IL BISCIONE
(pubblicato su ''il Riformista'' e ''il Manifesto'' del 24/02/2009)
Caro direttore,
ho seguito il Festival di Sanremo dalla prima serata fino al suo epilogo e, insieme al solito gioiello di Benigni, a un mirabile montaggio, in apertura alla seconda serata, fra le scene del dettato mozartiano del Requiem, la musica dell’orchestra e la risoluzione del tutto nelle note dei Pink Floyd, ho apprezzato il ritmo e il buon gusto con cui Bonolis e Laurenti hanno condotto lo spettacolo sotto il segno della Farfallina. Sennonché, improvvisamente, è arrivato il Biscione e ha dettato, con il suo vocione, la legge della ferinità: un pasto che ha consumato in un boccone la Farfallina e si è risolto infine a tarallucci e … «Amici». Concludo: fra le note del vincitore e dei finalisti, per chi abbia saputo ascoltare, è emerso chiaro quali siano i maestri che dettano all’Italia le note del suo Requiem.
TIRITERE TRITE E RITRITE
(pubblicato sul ''il Riformista'' online del 16/2/2009)
Caro direttore,
ritengo strano che il laico Pansa, che dà del liceale ignorante a Violante, continui con queste sue tiritere trite e ritrite sulla Resistenza senza pensare magari per un attimo a Machiavelli, "quel grande/che temprando lo scettro a' regnatori/gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela/di che lagrime grondi e di che sangue". La politica, anche quella che ha fatto guadagnare diritti e libertà a milioni di persone, non può sottrarsi alla legge delle ''lagrime e del sangue''. Scriveva anche, più vicino a noi, Guido Calogero: "La politica autentica, esattamente come la morale autentica, non è mai né meretricia né ascetica; o, se si vuole, è a un tempo tanto meretricia quanto ascetica, tanto piegata al lavoro sulle bassure della terra quanto intenta a farne sorgere piante che s'innalzino al cielo. [...] E soprattutto disdegna tanto i vacui universalisti, che preoccupandosi di ognuno non non lavorano per nessuno, quanto gli egoisti larvati che - affettando nausea per la politica e per i necessari suoi contatti con la graveolente umanità - nascondono, dietro la maschera della cura del proprio spirito, il povero volto dell'indifferenza morale". Sono parole su cui dovrebbe meditare tanto il neoliberale Pansa quanto lo stesso Violante con l'intero gruppo dirigente della sinistra italiana che, condannando quello che c'è da condannare, non si dovrebbe fare tirare dentro una spirale revisionistica che sta per finire nel coinvolgere e travolgere la stessa Costituzione.
CINQUE IN CONDOTTA
(pubblicato su ''il Riformista'' del 27/1/2009)
Caro direttore,
pochi giorni fa ho partecipato a un collegio dei docenti nel liceo in cui insegno e ho appreso le condizioni alle quali potrà essere comminato il famoso cinque in condotta con cui il governo, per dirla proprio con un termine di Andrea Romano, ha mostrato quel “cattivismo” in virtù del quale ha fatto incetta di voti fra gli istinti repressi di un popolo esasperato. Esasperato e presto deluso. Il sangue e l’arena degli annunci sono rifluiti infatti in una grigia circolare ministeriale che individua il destinatario del cinque in condotta in quello studente che, dopo aver recato danno alla vita della scuola e alle sue strutture, incorra in una sospensione di quindici giorni. Una misura, quest’ultima, che il testo della circolare e lo stesso diritto consuetudinario scolastico non prevede se non per un soggetto che, di fatto, arrivi a infrangere il codice penale. E non basterà: pure qualora, infatti, lo studente si renda colpevole di una tale infrazione, il cinque in condotta non scatterà; lo stesso studente avrà l’opportunità di "redimersi" e ciò gli varrà una piena sufficienza. Insomma: molto probabilmente, alla fine del anno scolastico corrente, non vi sarà, in tutta la penisola, nemmeno un’insufficienza in tema di condotta. Pure dove vi fosse, lo studente sarà più impegnato a difendersi in un’aula giudiziaria che non a essere preoccupato per quanto gli possa riservare la punizione dell’aula scolastica. Il cinque in condotta non sarà dunque, in ultima analisi, quella misura che veniva pensata quale panacea con cui gli “anziani” avrebbero visto la fine del disordine disciplinare di cui oggi si parla tanto e che era assente dalla “scuola di una volta”. Nessuno dei genitori si preoccupi, o si illuda. Piuttosto potrà presto conoscere il risvolto ridicolo della questione. Poiché infatti, a tutti gli effetti, con la nuova disposizione, il voto di condotta entrerà a fare media nel novero delle materie scolastiche, si assisterà, con l’accompagno della beffa al danno, al fenomeno per cui uno studente che pure non avesse una media sufficiente potrà raggiungere la promozione in virtù di una condotta che non lo abbia coinvolto in una vicenda giudiziaria. Con buona pace della tanto declamata meritocrazia.
DALL'ALBERO ALLA NEOCORTECCIA
(pubblicato su ''il Riformista'' del 6/1/2009)
Rispetto a quanto sta accadendo a Gaza e, più in generale, al rapporto fra israeliani e palestinesi può essere molto utile leggere le parole della recente intervista rilasciata all'Unità da Rita Levi Montalcini. La grande studiosa ha spiegato come la parte limbica del cervello sia stata di grande utilità all’australopiteco nel momento in cui questo nostro primigenio antenato è “sceso dagli alberi” e ha fatto appello alla risorsa celebrale dell’aggressività “per difendersi e per combattere”. Sennonché il premio Nobel ha subito aggiunto che “lasciarsi condurre dal sistema limbico non è più un vantaggio evolutivo, come lo è stato per l’uomo primitivo, ma può diventare un elemento che mette in pericolo la vita dell’uomo come specie”. Sono parole che andrebbero spiegate a molti leader politici e che oggi risuonano più che mai indicate per intendere il comportamento dei dirigenti di Hamas e, dispiace dirlo, del governo israeliano. Gli uni e gli altri sembrano pensare ai loro rapporti più nel segno dell’aggressività e della violenza che in quello intelligenza politica; o, più realisticamente, gli uni e gli altri hanno capito che parlare “al sistema limbico” dei loro popoli è la strada più facile per la costruzione del consenso. Dice sempre la Montalcini: “E’ certo che … i fondamentalismi hanno sempre fatto appello alle pulsioni arcaiche dell’uomo. Hanno puntato sulla prevalenza del sistema arcaico su quello cognitivo”. Per converso, da Socrate, secondo cui “sbagliano per mancanza di scienza quelli che sbagliano nella scelta dei piaceri e dei dolori, dei beni e dei mali”, alla stessa Montalcini, per cui “l’unico vero antidoto ai sistemi totalitari è la cultura, la conoscenza … la neocorteccia, il cervello del linguaggio e della cognizione che deve prendere il comando sul cervello arcaico per controllare la fase emotiva e primitiva del comportamento”, sono queste le parole di quegli uomini e di quelle donne che hanno avuto a cuore con intelligenza il vivere comune degli uomini e che probabilmente spiegano meglio di ogni altra la questione israelo-palestinese e, pìù in generale, tutti i comportamenti di qualunque popolo o individuo pensi ancora alla sua relazione ultima con l’altro nei termini dell’aggressività e non in quello della conoscenza. E sono queste le parole che indicano la strada, la si voglia percorrere o meno, attraverso cui ora passa l’evoluzione o l’estinzione di quell’essere vivente che, speriamo non a caso, ha scelto per sé il nome di homo sapiens.
I CIELI DI ISRAELE
(pubblicato su ''il Riformista'' del 30/12/2008)
Nell’Antico Testamento e nel Talmud vi è il noto racconto del pane che, frutto del sudore degli angeli, cadeva dal cielo sul popolo ebraico a rinfrancare i giorni dell’Esodo. Il cielo del popolo di Jahvé, nel viaggio dell’emancipazione dalla schiavitù e del raggiungimento della sua terra, fu il cielo della manna. Oggi, purtroppo, ci giungono le notizie per cui dobbiamo constatare come sui cieli del confine fra Israele e la Palestina a cadere sia piuttosto il sudore di demoni maligni. Per sapere a quale fra i due popoli di quella martoriata terra debbano essere ricondotti tali demoni si ricorre spesso al ragionamento su chi abbia sparato per primo o chi occupava per primo quei territori: con il risultato di un regresso all’infinito che non ci dà la chiave per intendere il problema al di là di una posizione di parte. Credo che il popolo ebraico sia un grande popolo e, al di là della miriade degli uomini di cultura che possono essere l’esempio di tale eccellenza, la testimonianza maggiore di questo fatto sta nella capacità di aver saputo costituire uno stato democratico in quelle terre che storicamente hanno avuto una difficoltà con questa istituzione. Sennonché penso che ciò a cui si assiste in questi giorni sia un segno di debolezza delle istituzioni democratiche israeliane: di fronte al lancio dei missili Qassam dai territori Palestinesi non credo sia democratico e soprattutto utile reagire con la rappresaglia indiscriminata che miete vittime fra donne e bambini. In ogni stato democratico, anche qualora dei terroristi si asserraglino dentro un palazzo facendosi scudo di donne e bambini, a nessuno viene in mente di tirare giù il palazzo con il fine della sicurezza nazionale. Insomma, se certo non si può non ammettere che i Palestinesi abbiano un problema con la democrazia dobbiamo anche registrare che anche dai cieli israeliani non cada propriamente di questi tempi quella manna. Sono lontani i tempi di Rabin e dell’ultimo Sharon, Bush non è ancora uscito dalla Casa Bianca e Obama ancora non vi è entrato; ma perché dai cieli del Medioriente ritorni a cadere il sudore degli angeli e non il sangue di donne e bambini, palestinesi e israeliani, la strada è sempre la stessa: quella del dialogo politico, unica dimensione, in cui la democrazia può essere esportata e contagiosa.
IL LATINO E I CONTI DELLA SERVA
Immaginiamo che il cattolicissimo ministro dell'istruzione Gelmini abbia certo salutato con favore la decisione di Benedetto XVI di reintrodurre il latino nella liturgia. E, fino a qui, nulla da eccepire. Ci stupiamo invece che lo stesso ministro si appresti a riformare il liceo scientifico con una legge per cui proprio il latino sarà reso opzionale e di fatto escluso dal curriculum del suddetto indirizzo scolastico. Ci stupiamo e siamo preoccupati per i danni che produrrà questa decisione. Si dirà, certo, che il liceo scientifico deve privilegiare gli studi matematici e dunque l'esclusione del latino non inciderà sul corso degli studi stessi; bene, a questo discorso ci sembra di poter opporre esattamente il discorso inverso: senza il riferimento all'orizzonte umanistico, a cui il latino contribuisce notevolmente, la matematica, che è anche essa innanzitutto speculazione, finirà probabilmente per risolversi esclusivamente nella ragioneria. Ancora: molti scienziati hanno messo in evidenza come il procedimento per congetture e confutazioni che è proprio della ricerca scientifica faccia il calco alle congetture e alle confutazioni in cui si è impegnati quando si lavora alla traduzione di una versione di latino. Questi sono dunque gli appunti che ci permettiamo di rivolgere a chi si preoccupa di innalzare al meglio la sua preghiera nel tempio ma lascia nella scuola una cappella per il diavolo
IL PARTITO DEMOCRATICO E L'EUROPA
(pubblicato su ''il Riformista'' del 2/12/2008)
Nel riflettere in merito alla questione posta dal Riformista sulla collocazione europea del Partito democratico, la mente è andata alle famose parole con cui Ignazio Silone disse di essere “un socialista senza partito e un cristiano senza chiesa”. Il gruppo dirigente del Pd, per converso, partitocratico senza socialismo e clericale senza cristianesimo, nell’ultima croce del suo equidistanzismo, sembra infatti annaspare, fra socialismo e popolarismo, nella spasmodica ricerca di un terzo fantomatico gruppo democratico … ad personas! Perché, comunque, fra queste righe non si legga solo l'istanza critica, mi sembra di poter indicare costruttivamente un criterio ragionevole qualora, almeno per una volta, si voglia scegliere: se non vi è infatti nessuna contraddizione perché un cattolico entri, con la sua sensibilità, in un partito di articolata connotazione socialista, sembra piuttosto strano che un socialista debba entrare in un partito che, in Europa, rappresenta, con piena legittimità, le istanze conservatrici. Probabilmente però un problema reale sussiste: mentre in Europa la distinzione fra popolari e socialisti è di carattere strettamente politico, in Italia siamo ancora sul piano della continuità fra politica e religione. Con buona pace della modernità
ELUANA. L'ABDICAZIONE ALLA PAROLA
Sinceramente non capisco l’abdicazione dell’intelligenza rispetto al suo compito quando la Chiesa, pretendendo di parlare alle leggi dello Stato, perde di vista il suo interlocutore naturale: l’anima. Il ruolo pastorale, per esempio rispetto al magistero sulla bioetica, dovrebbe essere quello rivolto alla consapevolezza interiore dell’individuo per cui il cristiano abbia la possibilità di guadagnare quell’orizzonte spirituale grazie a cui egli non interromperebbe mai la vita di una persona che si trova nelle condizioni di Eluana Englaro. E nessuno Stato moderno, compreso quello italiano, metterebbe in discussione il diritto di questo individuo a vivere secondo il suo spirito. Dal caso Welby a quello Englaro, invece, la Chiesa sembra più preoccupata di assicurarsi che il veicolo della sua spiritualità verso le coscienze dei fedeli siano le leggi dello Stato piuttosto che la sua missione evangelizzatrice. Quindi, da Welby alla Englaro, continuo a non capire: se quella della Chiesa sia appunto un’abdicazione dell’intelligenza rispetto alla parola di Cristo o, sempre rispetto a essa, un'inconscia ammissione di inadeguatezza pastorale.
IL RESPIRO DELL'INTELLIGENZA
(pubblicato su ''il Riformista'' del 06/11/2008)
Caro direttore,
si apre oggi, con la vittoria di Obama, la speranza che il mondo, il “gigantesco animale che respira” di un antico filosofo, possa tornare a quell’attività aerobica che per anni sembra essere stata strozzata. E si apre la speranza per cui la sinistra possa confidare che le sue idee e la sua fisionomia si risollevino vivide fra la barbarie di un capitalismo senza intelligenza etica e politica e di un nazionalismo che sempre di più sconfina nel razzismo. Credo infatti che il compito esemplare più importante di fronte a cui il nuovo presidente degli Stati Uniti si trovi sia la capacità di rispondere al fenomeno epocale della globalizzazione con la politica che distingue i progressisti dai conservatori: l’indicazione della paziente e intelligente tessitura di un ordine che possa razionalizzare i fenomeni economici e sociali mondiali nel segno del cosmopolitismo; lì dove le destre pensano di poter rispondere con il ripiego individualista e nazionalista. Scrisse un filosofo che “la scorciatoia dell’intelligenza è la strada più lunga”: di fronte a Obama vi è questa strada e il lungo cammino dei neri, dai quartieri del South Side di Chigaco fino alla Casa Bianca di Washington, è forse la migliore tempra contemporanea per le nuove e urgenti sfide del mondo.
ALITALIA. PRODOTTO STRUTTURATO
(pubblicato su ''l'Unità'' del 12/10/2008)
Gentile direttore,
se vi è una nota positiva in questo requiem quotidiano, che con le sue battute scandisce i servizi di ogni genere di media, è l’innalzamento del tasso generale di alfabetizzazione economica. Non vi è forse più nessuno, ormai, che non sappia cosa sia un prodotto strutturato o derivato: le banche prestano dei soldi a chi vuole comprare una casa e poi vende questo debito che l’acquirente ha contratto con loro sotto forma di azioni. Abbiamo anche capito che molti acquirenti, richiamati dalle sirene delle banche, non hanno avuto la forza economica di onorare il debito contratto e così chi aveva comprato le azioni legate a quei debiti ha speso delle banconote e si è ritrovato a essere titolare di cartastraccia. I banchieri non hanno sorvegliato su questo meccanismo e piuttosto vi hanno speculato; i politici non hanno sorvegliato e, in Italia, ci hanno addirittura provato. Sappiamo, infatti, che il governo ha venduto alla famosa cordata italiana la parte in utile di Alitalia; i debiti invece li ha venduti al contribuente, ai cittadini. Va bene, nel nome della italianità investiamo su questo debito e speriamo che la compagnia nazionale ci possa rendere un giorno degli utili, avrà abbozzato il cittadino con il maggiore senso della patria. Sennonché, dalla preziosa Milena Gabbanelli, siamo venuti a sapere che anche dentro queste azioni qualcuno ci aveva infilato un derivato degno di quelli della Golden and Sach. Nel decreto che doveva riordinare le finanze dell’Alitalia, il governo ha pensato bene di metterci una norma con cui si facevano cadere tutte le responsabilità di coloro che sono stati gli artefici dei peggiori crack finanziari degli ultimi decenni. Sono queste, fino a ora, le misure con cui i nostri politici si stanno preoccupando delle sorti della nostra economia e della nostra finanza. E’ il caso allora di concludere: “dai nostri governati mi guardi Dio che dalla crisi economica mi guardo io!”
I SOCIALCAPITALISTI
(pubblicato su ''l'Unità'' del 4/10/2008)
Cara Unità,
abbiamo ascoltato, durante queste ultime settimane, importanti esponenti del capitalismo italiano invocare la discesa in campo della politica per sostenere l'economia; gli stessi che nei tempi floridi sostengono, a ogni pie' sospinto, l'invasività della politica, soprattutto quando si tratta della regolazione fiscale in vista di una politica del Welfare a sostegno dei ceti più disagiati. Crediamo allora che abbia detto bene, in seguito alla crisi di Wall Street e al piano Paulsen, l'economista americano Nouriel Roubini: quello contemporaneo è un capitalismo che privatizza i profitti e socializza i debiti. E come non intendere anche in questo modo il virus che probabilmente gli aerei dell'Alitalia hanno contagiato negli States e ci hanno presentato poi in maniera conclamata nell'ultimo tormetone nostrano sulla compagnia di bandiera?

LA GELMINI CONTROMANO
(pubblicato sui blog per la scuola di Manifesto, Riformista, Repubblica)
Poniamo che l’avvocato Maria Stella Gelmini, ministro della Pubblica Istruzione, sia in buona fede: che pensi al ritorno del maestro unico, alla abolizione del tempo pieno, alla riduzione delle ore e degli anni scolastici negli istituti professionali, alla valorizzazione del merito di alcuni insegnanti, come a veri provvedimenti che riformino in senso positivo la scuola pubblica e, allo stesso tempo, razionalizzino le sue finanze. Bene, posta la buona fede sui fini della Gelmini e sui modi in cui ella ritiene di realizzare tali fini, il nostro parere è quello che il ministro mostra una scarsa conoscenza e, per questo, una totale inintelligenza di quello che è il mondo della scuola. Che esso abbia infatti bisogno di essere al centro di un progetto di riforma non vi è dubbio; e, da insegnante, dico che non vi è dubbio che questa riforma passi anche attraverso una razionalizzazione delle finanze. Sennonché i progetti della Gelmini perseguono queste strade contromano: ci dice per esempio, il ministro, sulla scuola elementare, che il ritorno al maestro unico tende a ristabilire una figura di riferimento per i bambini. Ci chiediamo: quale riferimento può costituire per i bambini una persona che, per l’articolazione del sapere contemporaneo, mostri fisiologicamente l’affanno nella corsa alla preparazione e alla spiegazione da una materia all’altra? non sono il possesso sicuro del proprio ambito didattico e la passione per le materie a cui si è tributato un intero corso di studi i requisiti che meglio possono presentare al bambino una vera figura di riferimento? Sulla riforma didattica diremo solo questo. Immaginiamo allora che, veramente, il povero ministro dell’istruzione sia alle prese con una effettiva necessità di razionalizzare le spese. Bene, su questo punto, non ci sembra allora che la Gelmini vada nella direzione, per cui non basta la buona fede ma serve l’approfondita conoscenza, di fare necessità virtù: insegno al liceo e sono da pochi giorni uscito da un iniziale collegio dei docenti in cui sono state spese cinque ore a discutere dell’approvazione di una miriade di progetti extracurricolari che costeranno allo Stato, solo per questo anno, più di centomila euro. Così, mentre i lavori del collegio procedevano, mi chiedevo: quanti soldi spende lo Stato se in ogni istituto investe centinaia di migliaia di euro per questi progetti extracurriculari? e quindi, volendo razionalizzare le risorse, più che al ritorno al maestro unico nelle elementari non sarebbe meglio un ritorno alla centralità dell’attività curriculare che ridia veramente un riferimento saldo ai ragazzi e non generi, oltre al fenomeno della dispersione scolastica, un diffuso fenomeno di dispersività scolastica? dispersività degli obiettivi e della concentrazione degli alunni ma anche degli obiettivi e della concentrazione dei professori? Sono punti interrogativi che rifluiscono in un punto interrogativo unico (ne sarà lieto il ministro): basteranno veramente alla Gelmini le sue buone intenzioni? Un filosofo diceva che “le intenzioni sono foglie secche che non hanno mai verdeggiato” e in questo senso avanzo le mie perplessità sull’azione del ministro a cui forse non manca la buona fede ma certo sembra piuttosto poco esperto della vita reale che di cui sono permeate le mattinate e i pomeriggi della scuola.
RICORDO DEL PROFESSOR GABRIELE GIANNANTONI
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(Gabriele Giannantoni, Dialogo socratico e nascita della dialettica nella filosofia di Platone, Bibliopolis 2005)
Ricorrono quest’anno i dieci anni dalla scomparsa del Professor Gabriele Giannantoni sennonché la scelta è quella di ricordarlo nel giorno della sua nascita perché a ognuno che lo abbia seguito nelle sue lezioni, nei suoi viaggi di istruzione e nella sua grande attività di organizzatore della ricerca filosofica egli ha sicuramente lasciato qualcosa di vitale. Innanzitutto: vi sono autorevoli studiosi e anche noti politici (Giannantoni fu deputato indipendente nelle file del Pci dal 1968 al 1978) a cui spetta il compito istituzionale di ricostruire il suo operato filosofico e politico e perciò queste mie righe sono specificamente una testimonianza della gratitudine e dell’affetto che si accompagnano al suo ricordo. E’ un ricordo che parte dai corsi che il Professore teneva nella facoltà di Filosofia de “La Sapienza” e subito si impregna delle venature che attraversavano le sue lezioni: le sapienti e analisi con cui egli ci portava, dai Presocratici ad Aristotele, fra i concetti più ardui della filosofia antica. Fra quei concetti che, come spesso amava ricordare, costituiscono la nascita, con Parmenide, e la stessa risoluzione, con Aristotele, del problema di fondo della metafisica. Negli ultimi anni del suo insegnamento Giannantoni tenne, poi, delle lezioni altrettanto sapienti e su Kant e Hegel e, intuendo probabilmente con anticipo il ripiegamento del tenore degli studi universitari, ci obbligò a portare dei programmi che prevedevano la lettura puntuale dei classici della filosofia dal Sofista di Platone alla Scienza della logica di Hegel. Sennonché non sentimmo mai anche queste ardue fatiche come tali e ciò perché studiavamo quei testi con la stessa passione con cui egli ce li aveva spiegati. Insieme alla sapiente lettura e alla spiegazione cristallina non mancava mai, quindi, in intima adesione con lo spirito socratico, il corollario di un’ironia di cui ognuno di noi, fra i banchi dell’aula, faceva a gara a pronosticare il momento e la forma. E la passione di Giannantoni per il pensiero socratico emergeva fra le maglie della razionalità più alta quando la conoscenza scioglieva con leggerezza la più insidiosa nota filologica dei testi greci; e quando egli esprimeva quella che era la sua convinzione di fondo dell'articolata trama delle relazioni umane, sul politeuein diremo con termine greco, e sulla cifra costitutiva della ricerca filosofica che, nella piena adesione alla lezione del filosofo greco, intendeva nel segno della regola aurea del dialogo. Fu questo lo spirito in cui fondò e diresse il Centro di Studio del Pensiero Antico del CNR e la correlata rivista «Elenchos» che ospita ancora oggi le ricerche di filosofia antica dei maggiori studiosi internazionali; ed è stato questo lo spirito con cui l’ultimo lavoro di Giannantoni, Dialogo socratico e nascita della dialettica in Platone, pubblicato postumo per Bibliopolis, è stato messo in rete e reso accessibile a chiunque ne voglia fare la lettura. Infine ma non da ultimo: la lettura dei testi, le spiegazioni, l’ironia, le discussioni dì filosofia e di politica non furono, con il Professore, un fatto che si risolvesse fra le mura dell’università. Fui con lui in due dei viaggi che egli organizzava per gli studenti nella Grecia classica e in Magna Grecia e il cuore e la mente si fanno uno nel ricordo della lettura dei passi di Empedocle sotto il tramonto della Valle dei Templi ad Agrigento; della scalata, quasi a inseguire l’originaria ascesa della metafisica, all’acropoli di Elea; delle chirurgiche indicazioni archeologiche fra le strade dell’agorà di Atene e sui fregi del Partenone; fino alla battuta che seguì a una mia lettura hegeliana per cui avremmo potuto capire come un ateniese guardava i templi e gli edifici attici se avessimo fatto riferimento a come oggi noi guardiamo le architetture di New York. “E’ qui infatti che, come nel passato ad Atene, ora alberga lo spirito del mondo” dissi. E lui, erano gli anni della presidenza di Bush Senior, con un sorriso ironico: “Speriamo che ci stia scomodo e se ne vada presto”. In tutti questi modi ho avuto la fortuna di conoscere questo importante maestro e, in generale, la sua frequentazione è stata una delle occasioni d’oro per avvicinarmi nel modo più autentico alla filosofia che, come scrive Platone, “nasce d’improvviso nell’anima dopo un lungo periodo di discussioni sull’argomento e una vita vissuta in comune”.
SCUOLA. UNICA RIFORMA LA CULTURA
(pubblicato su ''il Riformista'' del 12/6/2008)
Gentile direttore,
ho appena finito di ascoltare il ministro Gelmini e ci sono un paio di punti dei suoi discorsi che mi lasciano fortemente perplesso. Ci ha spiegato, il ministro, che la via della ristrutturazione della scuola passa attraverso un ridimensionamento dell’organico degli insegnanti: i più bravi e quelli più motivati dovranno essere meglio retribuiti e a loro dovrà essere affidata la riscossa della scuola italiana. Un punto condivisibile solo a una lettura superficiale. Innanzitutto la prima obiezione che può sollevare qualsiasi docente che conosca solo un po’ la scuola è quella per cui le possibilità operative di un insegnante sono inversamente proporzionali al numero degli studenti che compongono una classe. Ridurre il numero degli insegnanti significherebbe così aumentare la quota di composizione delle classi con un disagio sicuro anche per i docenti più preparati. E, sulla preparazione dei docenti, una seconda perplessità si fa ancora più forte. Il ministro ha parlato di educazione permanente e, avendo conosciuto direttamente i personaggi e i meccanismi che affollano le cattedre della disgraziata galassia delle scuole di specializzazione per l’insegnamento secondario (SSIS) e dei corsi abilitanti, il progetto del ministro mi fa tremare le vene e i polsi. Per i meccanismi: quello che si chiede ai docenti in formazione non è la capacità di condurre dei progetti di ricerca che amplino il loro bagaglio culturale e possano migliorare il loro insegnamento sul piano dei contenuti; piuttosto lo studio e l’elaborazione di tabelle e controtabelle, schemi, sistemi labirintici di frecce e controfrecce, grafici e misurini improbabili con cui testare ciò che lo studente “sa, sa fare e sa essere”. Per i personaggi che poi conducono questi corsi mi sia consentito di fare appello a un aneddoto eloquente. Durante i dolorosi anni della SSIS ebbi a relazionare sulla attività didattica di un ottimo docente presso cui facevo il tirocinio nella scuola statale. Presentai così al supervisore del tirocinio, una di queste improbabili figure che insegnano a insegnare, l’attività del docente scolastico e mi soffermai su un punto: mi aveva colpito, a fronte di una didattica molto aggiornata nei contenuti, l’impiego di brevi incisi in latino che risolvevano il significato di un concetto e aumentavano la tensione spirituale dei ragazzi intorno al problema. E, così come ho cercato brevemente di scrivere, descrissi la valenza dell’uso della lingua dei classici quale importante intercalare in una spiegazione di filosofia o di storia contemporanea. Bene, l’interlocuzione del supervisore, emblema della gente nelle cui mani finirebbe per la grande parte la misurazione del lavoro dei docenti, fu testualmente questa: “E’ un ottimo uso quello del richiamo a Tacito, è come se in quel momento la spiegazione fosse in corsivo”. Qui “caddi come corpo morto cade” e come penso sia destinata a cadere l’intera scuola qualora sia per gli alunni che per i docenti il fulcro dell’attività non tornino a essere i contenuti, la cultura.
ROVESCIO CANONICO
Credo che ormai anche una ragione bene attrezzata sia in forte difficoltà nel tenere il passo a intendere le infinite vie dell’involuzione culturale e spirituale della Chiesa di Ratzinger. E’ fra lo sgomento che abbiamo letto infatti la notizia del diniego che la curia viterbese ha opposto, per “impotenza copulativa”, al matrimonio cattolico per un ragazzo paraplegico gravato dalle lesioni riportate dopo un incidente stradale. E lo sgomento e l’orrore sono aumentati quando abbiamo letto che la stessa curia ha fatto sapere che l’iniziativa del divieto è legata a una “una realtà che non dipende né da discrezionalità né dall'intenzionalità dei soggetti”. Vale a dire: non è l’iniziativa di un sacerdote che ha negato il matrimonio ma proprio un principio del diritto canonico. Di qui una riflessione e una domanda: dove ci porterà il corso della politica italiana che sembra sempre di più essere incline a fare del diritto canonico l’interlocutore naturale del diritto civile? E’ un fatto che, pochi giorni fa, il Presidente del Consiglio del governo italiano abbia detto che “l’attività del governo non può che compiacere il Papa e la sua Chiesa”. Bene, nella compiacenza del diritto civile al diritto canonico, finiremo per negare al giovane paraplegico anche il matrimonio in comune? Benedetto ... benedetto sia l’altolà della costituzione europea a un cattolicesimo, lui sì, oggi, veramente paraplegico.
APOLIDI DI SINISTRA
Risposta alla domanda posta da ''il Riformista'': se chi è di sinistra debba sentirsi apolide in questo particolare momento della politica italiana
(pubblicato su ''il Riformista'' del 22/5/2008)
Gentile direttore,
credo che, oggi, nell’espressione “apolide di sinistra”, il genitivo non abbia altra funzione che quella dell’esplicazione tautologica del soggetto. E’ difficile infatti, allo stato dei fatti, individuare un’istituzione politica o culturale che riconosca, sul suo territorio, la piena cittadinanza a chi ancora crede in quelli che sono i valori costitutivi di un pensiero e di una condotta di sinistra. Viene innanzitutto da pensare al Pd: le parole socialismo e laicità sono bandite o, quando va bene, affidate a un impacciata balbuzie; lì dove parla piuttosto il fatto eloquente che ancora non sappiamo in quale famiglia politica continentale voglia confluire il partito a cui dovremmo dare il voto alle imminenti elezioni europee. Forse dovremo volgerci allora a quello che è rimasto della Sinistra Arcobaleno? Fra questi lidi, quelli del 3,5 percento, si ripete in commedia lo spettacolo che i governi della destra europea danno in modo tragico su scala continentale: il ripiego sull’identità e la conseguente esasperazione di ogni conflitto. Non vorrei poi trascurare anche lo stato di frustrazione per chi, di sinistra e cattolico, deve fare i conti con la Chiesa attuale: che non è certo quella di Giovanni XXIII e di Paolo VI ma nemmeno più quella di Giovanni Paolo II. Potremo continuare, ma pensiamo che quanto abbiamo richiamato sia sufficiente per ribadire che oggi, chi è di sinistra, è ipso facto apolide. Sempre che si possa chiamare apolide colui a cui la ragione e la fede non negano, proprio in questi tempi, il loro asilo. Scrive, per il primo, Einstein in una sua lettera a Benedetto Croce: “La Filosofia e la Ragione sono ben lontane dall’essere destinate a guidare l’umanità anche in un futuro prevedibile oggi, ma resteranno - come sempre furono - il rifugio degli eletti, di quell’unica vera aristocrazia che non opprime nessuno e non crea invidie e che quelli che non ne fanno parte non sanno neppure riconoscere. Nessuna società umana può vantare vincoli tanto forti tra vivi e morti. Si conoscono compagni di secoli passati come amici, e i loro detti non perdono mai la loro fertilità ed il loro fascino. Infine chi fa parte di quell’aristocrazia può bensì venir trucidato dal resto dell’umanità ma non storpiato”. E si legge nel Vangelo di Matteo per il secondo: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’Uomo non ha dove posare il capo”.
LA GLOBALIZZAZIONE. DESTRA E SINISTRA
(pubblicato su ''il Riformista'' on line del 4/5/2008)
Caro direttore,
nonostante rimanga convinto che la disfatta della sinistra italiana vada ascritta a una responsabilità del tutto specifica del gruppo dirigente del Pd e della Sa, credo che il crollo del partito laburista inglese debba indurre a una riflessione più ampia. Ritengo infatti che il significativo spostamento a destra degli elettorati europei sia dovuto a un voto investito nella difesa dal processo economico, sociale e culturale della globalizzazione: molto probabilmente, oggi, i partiti della destra, che rialzano i vessilli del protezionismo economico e del nazionalismo politico e culturale, rappresentano, agli occhi dei cittadini europei, l’interlocutore più credibile per la difesa dei loro mercati, dei loro territori e delle loro identità. E, su questo terreno, non credo che, alla lunga, la sinistra debba inseguire la destra: deve piuttosto fare appello alla sua vocazione progressista con cui spiegare ai popoli, anche con una lunga opposizione, che le distorsioni dei fenomeni storici non si superano con il ritorno al passato quanto piuttosto con la paziente razionalizzazione dei processi economici, sociali, politici e culturali nuovi.

IL BERLUSCONI STORICO
(pubblicato su ''la Repubblica'' on line del 3/4/2008)
Caro direttore,
vi è un aspetto del berlusconismo su cui finora credo che si sia riflettuto poco: il processo di secolarizzazione della vita italiana. Nel periodo della prima repubblica, né il capitalismo italiano né lo stesso Pci hanno certo costituito delle forze storiche che abbiano spogliato la società italiana di quella tavola di valori metatemporali che invece in Europa si erano lentamente destrutturati grazie all’avvento della società industriale e della conseguente diffusione del pensiero liberale e di quello socialista. A ben vedere, invece, al di là del fatto politico immediato, ciò che costituisce la cifra storica del berlusconismo è proprio il processo di secolarizzazione della società e della cultura italiane. E, se nel resto dell’Europa la diffusione del materialismo stesso è stato il risultato del pensiero borghese e di quello socialista, in Italia, ciò non è certo avvenuto, come fenomeno di massa, per opera di quelle forze. Non dimentichiamo, in questo senso, le due anomalie italiane: l’assenza di un vero e proprio capitalismo di stampo europeo, per non dire anglosassone, e quella di un consistente partito socialista. Fino a qui l’analisi. Se poi ci è lecito spendere anche qualche riga per il giudizio, diremo che il berlusconismo è stato il peggiore dei processi di secolarizzazione che all’Italia potevano capitare: i suoi arieti sono stati infatti, a nostro parere, l’indebolimento di una società delle regole e la proposizione di modelli culturali che hanno dilaniato il tessuto sociale italiano, soprattutto quello giovanile. E’ un amaro destino quello italiano: entrare nei fenomeni storici sempre dalla porta sbagliata. Agli inizi del secolo scorso siamo entrati nell’orizzonte della società di massa con il fascismo e ora in quello di una società dell’immanenza con il berlusconismo. In entrambi i casi, con la benedizione, direi sprovveduta, delle gerarchie ecclesiastiche. Probabilmente infatti, con la crescita delle nuove generazioni, questa sorta di contemporaneo cattolicesimo plutocratico finirà; e non viene certo da pensare che l’ossimoro sarò sciolto a scapito del dio denaro.

ELEZIONI POLITICHE 2008. LA VERA TRAGEDIA
(pubblicato su ''il Riformista'' del 30/4/2008)
Caro direttore,
la sconfitta alle elezioni politiche del 13 aprile, nonostante le velleità veltroniane, era annunciata e non ha lasciato una particolare amarezza; la perdita di Roma è risultata invece molto più indigesta; la vera tragedia però, a mio avviso, sarà quella di dover ancora vedere all’opera l’intero gruppo dirigente che nel quindicennio della seconda repubblica ha distrutto la sinistra italiana. I padri costituenti, mentre combattevano il fascismo, studiavano, si laureavano e traducevano i classici del pensiero socialista dal tedesco e dal francese; hanno poi, appunto, costruito la repubblica. Qui invece, dovremo ancora assistere ai giri di valzer dei soliti noti: gente cresciuta fra i velluti e senza nessuna capacità di relazione con la gente, dagli studi stentati e il cui più alto sforzo culturale è quello di andare al cinema e di stendere i penosi pensierini del manifesto del Pd; gente che, in quindici anni, ha raso al suolo un patrimonio intellettuale, sociale e politico costruito in un secolo di riflessioni, lotte e sentimenti di milioni di donne e di uomini. Lo ripeto, più che Berlusconi al governo nazionale e Alemanno al Campidoglio, la vera tragedia è quella per cui ciò che, sul piano politico, è rimasto della sinistra è questa gente.

L'EUROPA E LA FILOSOFIA
(pubblicato su ''l'Unità'' del 19/3/2008)
Caro direttore,
si è discusso e si discute molto sul fatto che nella Costituzione Europea, insieme al riferimento alla cultura umanistica e illuministica, non vi sia un analogo richiamo alle radici cristiane. Per mia parte credo che un richiamo a una specifica religione non possa costituire la cifra di una Europa che, anche attraverso esperienze dolorose, ha saputo fare dell’ “unità nella diversità” la sua virtù più alta. E, invece, ritengo che sia su un altro punto che il nostro continente è in debito e abbia da imparare proprio dall’Italia. Il nostro è infatti l’unico paese europeo dove negli studi superiori sia previsto l’insegnamento triennale e fondamentale della filosofia. Negli altri stati dell’Unione la situazione è invece piuttosto deficitaria: nella Francia di Cartesio, i ragazzi fanno il loro incontro con la filosofia solo nell’ultimo anno delle scuole superiori e nella Germania di Kant, addirittura, non è previsto alcun insegnamento della materia nella scuola superiore. Insomma, se spesso si accusa l’Europa di essere solo il luogo e il logo dei mercati e della finanza o si paventa il pericolo di una rinascita integralista delle teologie, ritengo che una attenzione maggiore all’insegnamento del logos, quello con la iniziale minuscola e l’esercizio maiuscolo, sia una delle misure più importanti da adottare perché l’esistenza della nuova realtà politica europea possa tenere fede all’essenza che le è propria.
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DELLA PENA E DEI DELITTI
(pubblicato su ''il Riformista'' e su ''la Stampa'' del 22/12/2007)
Caro direttore,
abbiamo appreso con grande soddisfazione la notizia per cui l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha deliberato la messa al bando dell’istituzione della pena di morte. Una notizia importante su due importanti fronti del diritto: quello statuale e quello interstatuale. Dopo la moratoria, infatti, nessuno stato, istituzione della ragione umana che ha il suo fine nella tutela dei diritti originari alla vita, alla salute e alla libertà, potrà più arrogarsi, perlomeno in via di diritto, la prerogativa di togliere all’individuo, per quanto giudicato reo, proprio il primo dei diritti a lui connaturati. In seconda battuta, poi, sul fronte dei rapporti fra gli stati, possiamo registrare il successo di quella kantiana “fiducia nella teoria risultante dal principio giuridico il quale indica come deve essere il rapporto tra gli uomini e gli Stati, e che raccomanda agli dei della terra il principio di comportarsi sempre nei loro conflitti in modo che una siffatta repubblica universale dei popoli venga preparata, e quindi di considerarla possibile esistere”. Sennonché, in questa settimana, le notizie che continuano a seguire a quella per cui possiamo essere felici sono quelle di altri operai morti sul lavoro. Ecco: non vorremmo che la pena di morte, tolta via di diritto dalla sfera giudiziaria degli stati, possa ripresentarsi come istituzione “fisiologica” proprio nella sfera del mondo del lavoro e, sul fronte internazionale, la costruzione della repubblica dei popoli auspicata da Kant ceda piuttosto il passo alla repubblica dei profitti.
COLONNELLI O CAPORALI
(pubblicato su ''il Riformista'' del 15/12/2007)
Caro direttore,
i lavoratori continuano a morire nelle maniere più cruente, fra gli oli bollenti destinati alla fusione dell’acciaio piuttosto che alle carni degli uomini, e, nonostante ciò, i leader della sinistra non riescono a gettare un palmo oltre il loro naso né lo sguardo dell’intelligenza né il palpito dei cuori. Dopo la tragedia di Torino, oltre al minuto di raccoglimento, ci saremmo aspettati uno slancio per il raccoglimento: il raccoglimento delle intelligenze e dei palpiti dei leader della sinistra. E invece siamo andati incontro a una nuova delusione. L’immagine che è emersa dai lavori della Fiera di Roma, dove si auspicava che i leader della sinistra si mettessero seriamente all'opera per la costituzione di un unico e coeso partito del lavoro, è infatti quella per cui, mentre i soldati continuano a cadere al fronte, i colonnelli, fra cui non c’è purtroppo neanche un generale, continuano la loro guerra personale: chi vuole la falce e il martello, chi no, chi intona le note di Bella ciao, chi no. Arriveremo a chi intona le note e a chi le sussurra, a chi non le intona e a chi ne intona solo alcune. Ma è certo che, fino a che la sinfonia dei leader sarà dodecafonica, il controcanto dei i lavoratori continuerà a risolversi nei fischi all’unisono con cui gli operai di Torino hanno accolto Bertinotti e Diliberto, Mussi e Pecoraro.
I RICHIAMI DELLA DEMOCRAZIA
(pubblicato su ''il Riformista'' del 2/11/2007)
Caro direttore,
certamente uno dei fenomeni che, nella storia delle istituzioni politiche europee, scandì il passaggio dall’Ottocento al secolo scorso fu la crisi dello stato liberale e l’avvento dello stato democratico. Gli istituti liberali furono chiamati ad aprirsi a una più ampia rappresentanza della società e in quei paesi dove questo fenomeno non riuscì in maniera razionale si assistette all’avvento degli stati totalitari. Oggi assistiamo a diversi fenomeni che forse ci indicano che la stessa esperienza dello stato democratico, così come lo abbiamo conosciuto nello scorso secolo, è a un punto di svolta del suo corso storico. Se infatti sentiamo ormai parlare a ogni passo di crisi della politica dovremmo per altro verso, meglio, chiederci se gli istituti della democrazia rappresentativa, così come li abbiamo conosciuti, siano ancora in grado di esprimere plasticamente la fisionomia e le dinamiche della nuova società. E se forse non sia venuto il tempo in cui si debba cominciare a pensare a una riforma della rappresentanza in senso più diretto. Più fenomeni storici recenti ci spingono sulla via di questi interrogativi. Innanzitutto, in ordine cronologico, le spinte più o meno ordinate che si sono manifestate e si manifestano nella società in ordine al federalismo. C’è sicuramente, in questo senso, l’esigenza di accorciare i passaggi e i ritmi della mediazione rappresentativa. In secondo luogo, non è forse errato pensare che lo stesso successo di Berlusconi risieda, almeno in parte, nella capacità di una persona di rappresentare un termine di riferimento e di identificazione diretto con il mondo della politica. Vi sono poi, da ultimo, i grandi successi delle primarie che pure possono essere spiegati nel segno di una partecipazione più immediata al fine della determinazione delle vicende politiche da parte della società civile. Si potrebbe argomentare ancora in questo senso ma riteniamo che gli elementi siano sufficienti per ritornare al punto e lasciare cadere i seguenti interrogativi: più che di crisi della politica non dovremmo più utilmente approfondire il tema della crisi degli istituti della rappresentanza politica? E poi, per non andare incontro alle spiacevoli sorprese che si verificano puntualmente quando la politica è incapace di rispondere razionalmente ai cambiamenti della società, non si dovrebbe forse riflettere urgentemente su quali siano le vie della riforma che la stessa sofferenza delle istituzioni attuali reclama insieme ai conati più o meno composti della società civile? Sono questi i punti interrogativi con cui forse la nostra cara democrazia ci sta richiamando al compito storico della riforma piuttosto che aquello ideologico dell’esportazione.
LA CHIMERA DELLA BINETTI
Dopo l’articolo su ''il Riformista'' in cui Claudia Mancina esprimeva la sua perplessità politica in merito all’elevazione della “perplessità viscerale” a criterio di giudizio e di azione legislativa con cui la senatrice Paola Binetti si era espressa sul delicato tema degli embrioni chimera, abbiamo letto, sempre su ''il Riformista'', l'articolo in cui la stessa senatrice giustificava in qualche modo le sue affermazioni richiamandosi alla filosofia aristotelica secondo cui ''non vi è niente nell’intelletto che prima non è stato nei sensi''. Puntualizziamo, in prima istanza, come tale affermazione non sia riconducibile ad Aristotele quanto piuttosto, come indica Hegel, a ''un antico detto che si suole attribuire falsamente ad Aristotele''. Poi, in seconda istanza, diremo alla senatrice Binetti, che proprio da Aristotele viene l’indicazione a non confondere l’azione guidata dai sensi con quella sotto la direzione dell’intelletto. Scrive infatti il filosofo greco in un passo del De anima in cui si preoccupa di definire il rapporto fra conoscenza e azione: "Provare piacere e dolore è agire con la medietà sensitiva riguardo al bene o al male. La ripulsa e l’appetizione non sono diverse né tra loro né dalla facoltà sensitiva. Invece nell’anima razionale le immagini sono presenti al posto delle sensazioni e quando essa afferma il bene o il male, lo evita o lo persegue''. Ecco, leggendo bene il passo, la ''perplessità viscerale'' della Binetti sembra proprio ricadere in quella ''ripulsa'' aristotelica a cui il filosofo greco non assegna certamente la guida dell’azione umana. Piuttosto, tale guida, come Aristotele conclude brevemente nel passo, trova il suo principio ispiratore nell’anima razionale. Si legge così nell’Etica nicomachea: ''non è che il piacere e il dolore corrompano e distorcano ogni tipo di giudizio bensì solo i giudizi che riguardano l’azione''. Insomma, non è forse errato pensare che Aristotele sia stato più attento della senatrice Binetti a non configurare in maniera chimerica, per una parte sensibilità e per una intelligenza, il principio distintivo dell’azione umana e, più specificamente, del buon politico.
LA LEZIONE DI SERSE
(pubblicato su ''il Riformista'' del 31/8/2007)
Caro direttore,
nei telegiornali agostani abbiamo visto e continuiamo a vedere la devastazione del fuoco su quella terra greca che è stata la culla della nostra civiltà e ancora oggi rappresenta un riferimento fondamentale per ''chiunque voglia prendersi cura della propria anima affinché diventi il più possibile buona''. Di fronte alle scene quotidiane della devastazione dell’Arcadia e al pericolo di quelle fiamme che sono arrivate a cingere lo stesso sito archeologico di Olimpia il cuore ha palpitato e trepidato. La mente, dal canto suo, di fronte all’uomo moderno che per i fini più beceri ha smarrito il suo filiale rapporto con la natura, ha richiamato il coro de I Persiani di Eschilo, lì dove il poeta canta i lutti e le sciagure che la terra d’Asia dovette patire per la tracotanza del suo dissennato re. Serse, infatti, ci dice la tragedia in uno dei segni più alti e distintivi della cultura greca, espose il suo popolo alla sofferenza perché, per invadere la Grecia con il suo esercito, costruì un ponte di navi lì dove, sull’Ellesponto, la natura aveva voluto le sole acque del mare. Insomma, dal canto suo, la mente, di fronte alle fiamme agostane dall’Eubea al Peloponneso ci ha ricondotto alla lezione che le radici della nostra sapienza hanno scandito una volta per tutte: quando l’uomo distrugge la natura, pensando di costruire il suo impero, distrugge piuttosto se stesso. Fra le tante note, quindi, che l’uomo moderno dovrebbe riportare alla sua consapevolezza dal grembo della sua più alta disposizione originaria viene oggi dall’Ellade una lezione tanto più attuale quanto più è nelle nostre possibilità tecnologiche e nei nostri smarrimenti morali la capacità di mettere a repentaglio non la vita di un solo popolo ma quella dell’intera specie.
IL CONTROCANTO DI PERTINI
(pubblicato su ''il Riformista'' del 7/8/07)
Caro direttore,
lo scorso venerdi ho seguito, su Rai Tre, il documentario storico dedicato alla figura di Sandro Pertini. Dirò brevemente di due scene: all’intervistatore che, in una Milano del 1969, chiedeva a Pertini quale fosse la convinzione politica che lo aveva accompagnato in tutta la sua evoluzione di uomo politico il Presidente rispondeva perentoriamente come il credo socialista possa risolversi tutto nella convinzione per cui ''non vi è libertà senza giustizia sociale'' insieme alla chiara consapevolezza che ''non vi è però nessun provvedimento di giustizia sociale che possa giustificare il sacrificio della libertà democratica''; e al bambino che, alle Fosse Ardeatine, gli chiedeva quale fosse stato il compagno di lotta che teneva più caro nel suo cuore altrettanto perentoriamente il presidente diceva: ''Antonio Gramsci''. Poche parole per le idee più care a cui dovrebbe guardare fermamente qualsiasi persona di sinistra: la libertà attraverso la giustizia e l’unità, pur nelle distinzioni, delle forze della sinistra. Così, in questi tempi, in cui i politici stilano punti e manifesti improbabili, annaspando nella ricerca di idee e di ideali che suonano spesso come parole vacue, la semplicità dell’antico partigiano e dell’amato Presidente si fa sentire ancora come il controcanto più utile, amabile e prezioso.
IL SABATO DI NUVOLI
(pubblicato su''il Riformista'' del 31/7/2007)
Caro direttore,
le immagini della televisione hanno permesso uno sguardo discreto nella stanza in cui Giovanni Nuvoli si è dibattuto fra le durezze della sua condizione psico-fisica. Probabilmente, in quelle difficoltà, lo sguardo e l’anima di Nuvoli avranno più volte trovato un segno di conforto nel Crocifisso sulla parete di fronte al suo letto. Ed è facile immaginare come, di fronte a quel Crocifisso, Nuvoli avrà sussurrato più volte: “Ti prego, basta”. Quello che è più difficile immaginare, invece, è che il Figlio di Dio abbia risposto con il tono e le parole di uno qualsiasi fra gli eminenti esponenti della gerarchia cattolica. E’ difficile immaginarlo e piuttosto, sulla via dell’immaginazione, viene da seguire l’intelligenza e il cuore certo più illuminati del più grande poeta cristiano. Quel poeta che, nella sua Commedia, a cui finora nessun concilio ha mai pensato di revocare l’aggettivo di “divina”, collocò sulla porta “di quel secondo regno dove l'umano spirito si purga e di salire al ciel diventa degno” perfino la figura di un suicida, di Catone. E non è che Dante ignorasse la dottrina. Conosceva forse di più di uno qualsiasi fra i moderni prefetti della Congregazione per la Dottrina della Fede le pagine di San Tommaso. Sennonché, nel suo atteggiamento di fronte all’uomo, più in alto si collocavano le parole evangeliche per cui “il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”. Probabilmente le stesse parole che Giovanni Nuvoli avrà ascoltato dal Crocifisso di fronte al suo letto. Le stesse parole e con lo stesso tono: quello della vera pietà cristiana.

DICO CARITAS EST
(pubblicato su ''il Riformista" del 18/4/07)
Gentile direttore,
nel mondo greco e successivamente in quello romano vi erano degli uomini che per natura nascevano schiavi e per natura non avevano diritti. Qualora, poi, questi uomini avessero tentato di ribellarsi alla loro condizione e al principio che la legittimava, proprio il diritto apostrofava la loro azione come un’azione contro natura. Fino al momento in cui, proprio nel tempo della Roma imperiale, non venne chi insegnò che ogni uomo nasce libero non perché cittadino greco o cittadino romano ma perché uomo. Lo insegnò, lo predicò e per questo fu crocefisso. Insomma, fu proprio Cristo per primo a venire per quegli uomini che pretendevano qualcosa contro natura. Il pensiero moderno, poi, tesaurizzando il principio cristiano e svincolandolo da ogni ancoraggio di ordine teologico arrivò a quel documento, stilato dai rivoluzionari francesi, che fu la la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Nel secolo scorso, grazie alle loro battaglie per l’emancipazione, anche le donne sono arrivate alla conquista di quei diritti che venivano loro negati perché contro natura. In tutto il mondo civile si sta ora affermando il principio per cui non vi possono essere uomini e donne che sono discriminati nei diritti perché cresciuti, per la loro sessualità, contro natura. Di qui la necessità di aggiornare le istituzioni giuridiche al progresso della consapevolezza etica che via via l’uomo sviluppa. In questo senso, per un attimo, anche l’Italia s’era destata e il Parlamento della Repubblica, se la Chiesa cattolica non fosse intervenuta, sarebbe probabilmente riuscito nel suo compito di legiferare nel segno dell’aggiornamento del diritto rispetto alla maturazione etica dei cittadini. Questo erano i Dico. Per i laici un aggiornamento del diritto nel segno dell’aderenza allo sviluppo di un principio etico; per i cristiani un’occasione per legiferare secondo coscienza, quella coscienza che soprattutto nella carità, la capacità di riconoscere nel diverso il figlio dello stesso Padre, dovrebbe individuare il principio ispiratore della propria vita.
LA FINE DELLA RIVOLUZIONE
(pubblicato su ''il Riformista'' del 7/2/2007)
Gentile direttore,
ricordiamo come, alla fine del 1981, con lo sguardo alla Polonia di Jaruzelski, Enrico Berlinguer si espresse nei termini in cui si prendeva atto dell’''esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre''. Oggi, se teniamo fermo lo sguardo sulle nostre società occidentali, è forse giunto il momento di una riflessione analoga sulla Rivoluzione francese. Fu, quella rivoluzione, la grande fucina in cui si svilupparono, per poi investire l’intera Europa nei due secoli successivi, gli ideali del liberalismo e , insieme, del socialismo. La stessa riflessione della Chiesa del XIX e del XX secolo, pensiamo al cammino intrapreso con la ''Rerum Novarum'' e giunto fino alle soglie del Concilio Vaticano II, dovette muoversi significativamente di fronte ai tempi nuovi, alla nuova società, alle nuove idee. Ora, se guardiamo alla nostra società italiana e, più in generale, alla comunità internazionale, lo spettacolo che ci appare è quello di un tessuto completamente sfibrato in cui nessuna delle grandi idee che nacque con la rivoluzione del 1789 sembra più avere la forza di animare l’opera degli individui e dei differenti gruppi sociali.
La borghesia contemporanea non sembra essere più quella borghesia attraversata, sì, dallo spirito dei commerci e del profitto ma non per questo meno impegnata in una riflessione su come quello spirito possa declinarsi nell’organizzazione di una società giusta. Piuttosto, questo gruppo sociale mostra i tratti di un’oligarchia sempre più dispotica e rinchiusa in se stessa. Nessuno, fra i ceti sociali alti, sembra più avere veramente a cuore l’idea di un ''capitalismo dal volto umano''.
Per ciò che riguarda i ceti popolari e lo stato di salute delle idee socialiste mi limiterò a uno sguardo delle periferie romane. Qui, i quartieri dormitorio e i palazzoni dei grandi centri commerciali seguono gli uni agli altri senza soluzione di continuità, né fisica né culturale. Il ''sospiro della creatura oppressa'', fra un reality show e l’altro, si spinge tuttalpiù nel segnare i suoi palazzi di svastiche e di celtiche durante i giorni feriali per poi mettersi il vestito buono e realizzarsi più urbanamente nel grande rito dell’acquisto compulsivo della domenica mattina al centro commerciale appunto.
E, la domenica mattina, per altro verso, le chiese registrano sempre di più un calo delle presenze mentre l’attuale pontefice sembra anni luce lontano dall’impegnare la Chiesa in una riflessione sulla disaffezione dei fedeli e sulle esigenze della nuova società. Più importante è l’anatema, la puntualizzazione continua e anche qui compulsiva su quello che non si deve fare. Di fronte al fenomeno delle separazioni coniugali la Chiesa chiude l’ultima porta di fronte al dramma che attraversa la l’esistenza quotidiana di tanti ragazzi. La Chiesa chiude la sua ultima porta di fronte alla scelta consapevole di chi, nelle inimmaginabili sofferenze della malattia, anela l’ultima speranza di pace. La parola di Cristo, nata per essere vicino ai deboli, sembra piuttosto essere sempre di più presa a prestito per stilare il decalogo di un improbabile superuomo.
Insomma, liberalismo, socialismo, carità … addio?

IL PARTITO DEMOCRATICO E HEGEL
(pubblicato su ''il Riformista'' del 9/12/2006)
Gentile Direttore,
seguo molto, sul Suo giornale, l’ampio dibattito che si sta sviluppando sulla formazione del Partito democratico e Le scrivo, allora, per esprimere la mia opinione sul tema. Devo dire che nutro, su questo progetto, molte perplessità e, fra queste, una in particolare. Ritengo che, se i partiti politici si configurano come l’espressione e la rappresentanza istituzionale di diffuse esigenze sociali, la mancanza a cui presto assisteremo in Italia di un partito di ispirazione socialista non sia assolutamente intonata con i tempi. Su quale sia, infatti, lo stato di molteplice disagio del mondo del lavoro, perfino del mondo del salario direi, le testimonianze non mancano: dai servizi giornalistici più seri fino agli autorevoli richiami che abbiamo ascoltato più volte nelle preziose riflessioni del Presidente della Repubblica. Per altro verso, poi, sorge un’altra domanda. Perché il centrosinistra dovrebbe rinunciare alla stessa presenza di un partito che esibisca chiaramente i segni distintivi dei partiti popolari europei, e, ancora di più, della cultura popolare italiana? Insomma, più che al Partito democratico, ritengo che i politici del centrosinistra dovrebbero lavorare a un progetto per la formazione di due grandi partiti, uno socialista e uno popolare, che possano collaborare nella rappresentanza delle esigenze e nella risoluzione dei problemi degli strati medio-bassi della società italiana. Ho invece l’impressione che la strada intrapresa sia quella di una astratta alchimia che, per dirla con la filosofia, assomiglia sempre di più alla "notte in cui tutte le vacche sono nere".
LA TEORESI DI RATISBONA
Ho appena riletto il discorso che Benedetto XVI ha pronunciato a Ratisbona e su cui molto si è discusso. Il pontefice, dopo l’enciclica Deus est caritas, è tornato di nuovo sui rapporti fra il messaggio cristiano e la cultura greca. In particolare, in questa nuova occasione, il tema su cui si è dispiegata l’analisi di Ratzinger è stato il tema del logos, della ragione. Questa si risolverebbe pienamente in Dio. In questo senso Benedetto XVI richiama l’incipit del Vangelo di Giovanni: "In principio era il logos". E fino a qui niente da dire. L’intero corso della filosofia medievale si è dispiegato in questo senso e ha dischiuso un orizzonte concettuale e spirituale che sta alla sensibilità di ogni singolo accettare o scartare. Senonchè, subito dopo il richiamo alle parole dell’evangelista, il pontefice continua con la tesi secondo cui lo stesso Socrate avrebbe filosofato in questo senso. Il filosofo ateniese era impegnato nel superamento di una spiegazione mitica della realtà e la sua ricerca, per la via dell’argomentazione razionale, di un fondamento ultimo pienamente razionale, il logos appunto, non sarebbe secondo Benedetto XVI che un tentativo che avrebbe anticipato ciò che poi la teologia cristiana avrebbe portato nel suo compimento ultimo. Su questo riteniamo di dissentire fermamente e indicare come, per la via delle sue argomentazioni, Ratzinger risolva completamente il teoretico nel teologico, le vie della ricerca razionale nella via della ricerca del Dio cristiano. In questo senso, la stessa sorte della ricerca socratica, qualora ci si spinga più avanti nella lettura del discorso, viene riservata alla scienza moderna, fino all’Illuminismo. Nell’orizzonte di Benedetto XVI, insomma, qualsiasi via di ricerca si invera e raggiunge la cifra dell’intelligibilità solo lì dove rifluisce nell’alveo del pensiero cristiano. Meglio, del pensiero cristiano cattolico. Una tesi filosofica un po’ forte per il teologo tedesco e, certamente, un passo malsicuro sulla via del dialogo per il pontefice romano.
L’ENCICLICA E I GRECI
(pubblicato su ''il Riformista'' del 19/9/2006)
Gentile direttore,
il tema dei rapporti fra eros greco e agape cristiana rientra nei miei specifici interessi di studio e così ho letto con molto interesse la prima Enciclica, Deus est caritas, del nuovo pontificato. Nei primissimi capitoli, in particolare nel capitolo quarto, il documento svolge una dettagliata analisi del concetto che i Greci ebbero dell’amore, dell’eros appunto. L’amore greco, secondo il testo, si risolverebbe “innanzitutto” in uno stato di ebbrezza e di indisciplina attraverso cui, nel tempio, gli uomini schiuderebbero la loro via estatica verso il divino. Ebbene, tutto ciò non può certo non destare qualche perplessità. Che nella civiltà greca i riti di comunione con gli dei avessero caratterizzazioni molto differenti da quelle che avrebbero avuto successivamente i riti cristiani è fuori di dubbio. Di qui, però, a risolvere la religione e, con essa, la civiltà greca nella cifra della smodatezza erotica ne corre molto. Innanzitutto, va ricordato come proprio nel tempio di Delfi, la più alta istituzione religiosa a cui i Greci facevano riferimento, oltre all’iscrizione che invitava gli uomini a conoscere se stessi, vi fosse scolpito un altro principio che indicava il senso di questo conoscere e la via del costume quotidiano: meden agan, niente di troppo, era uno degli ammonimenti che il dio comandava e di cui i cittadini greci sentirono sempre la forza nella loro interiorità. Non fu, forse, la civiltà greca, sulle orme della sua religione, la civiltà che fece della hybris, della tracotanza, il vizio peggiore in cui gli uomini potessero incorrere? E questo sia detto appunto per la religione. Non bisogna però tralasciare la filosofia che, proprio sull’eros, si dispiegò con alcuni fra i capolavori più alti a cui l’uomo abbia dato origine: i dialoghi di Platone, e penso in particolare al Simposio e al Fedro. Nel Simposio platonico, l’eros, più che nella smodatezza dell’ebbrezza, risolve il suo concetto nella filosofia stessa; quella filosofia che, sola, ha il compito di indicare all’individuo e alla polis la via della giustizia, la via di una vita ben ordinata. Nel Fedro, poi, Platone si adopera con tutta la sua forza filosofica e letteraria per spiegare, attraverso uno dei suoi miti più famosi, le possibilità dell’eros e la venatura in cui esso va coltivato. Il famoso auriga della biga alata, simbolo della razionalità, deve tenere ben salda la briglia del suo cavallo nero, il simbolo della concupiscibilità e degli istinti, perché il destriero bianco, simbolo della animosità e della fierezza, possa volgere il volo verso il cielo etereo del divino. Questo, insomma, per l’eros greco. Quanto all’agape cristiana, non vi è dubbio, che essa abbia dischiuso all’uomo un orizzonte nuovo. Basta leggere, oltre ai Vangeli, l’inno all’agape in cui si produce Paolo di Tarso nella sua prima lettera ai Corinzii per cogliere il valore rivoluzionario che il nuovo amore porta con sé nel suo annuncio. E’ un valore che ha in sé la propria forza e proprio per questo non riteniamo che abbia bisogno di testimoniarla negando la bontà dell’esperienza greca o, come sembra tuttalpiù concedere il nuovo pontefice nel suo ultimo discorso di Ratisbona, inverandola.