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LA SCUOLA DI GIOVANNI FLORIS

By admin
aprile 30, 2022
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Giovanni Floris. Ecco perché insegnanti e studenti possono salvare l’Italia

Una mia lettura del libro di Giovanni Floris, Ultimo banco, Solferino 2018, pp. 207, € 15

(05/04/2025)

Questo libro di Giovanni Floris è innanzitutto il libro di un figlio, di uno studente e di un padre; di un ragazzo e poi di un uomo profondamente legato in maniera autentica e consapevole al mondo della scuola. Floris della scuola conosce molto: le sue quinte ma anche e soprattutto il dietro le quinte.

Inizialmente, come figlio di una professoressa di italiano, latino e greco – la Floris -, ci racconta di come «sbirciando dalla porta si intravedeva spesso il tavolo della cena ricoperto di fogli protocollo, piegati a metà in verticale»; e aggiunge, mettendo a fuoco il binocolo della curiosità di chi evidentemente, sbirciando, aveva già il gusto per l’osservazione e l’approfondimento delle cose proprio del giornalista: «La metà di sinistra era scritta, e quella di destra era lasciata libera per gli appunti e i commenti di mia madre. Altre volte c’erano libri, carta e penna perché mia madre stava studiando. […] C’erano poi i pomeriggi in cui in salone non la vedevo perché a casa non tornava fino a tardi; aveva gli scrutini, i ricevimenti dei genitori o i consigli di classe. Infine, occasionalmente, c’erano le sere in cui doveva accompagnare le classi a teatro». E qui, il giornalista in nuce, passando il testimone alla sua professione di giornalista, a proposito di tanta retorica sul lavoro dei professori, scrive consapevolmente e con il sentimento di chi le cose le ha viste scorrere nella propria casa: «Dire che le diciotto ore settimanali sarebbe come dire che io lavoro tre ore e mezza a settimana, Lilli Gruber ed Enrico Mentana mezz’ora al giorno, e così via: il tempo in cui siamo in video». E in un’ironia che in questo libro accompagna sempre il lettore e spesso gli strappa un sorriso di complicità, Floris chiosa su questo punto: «Sarebbe bello ma non è così».

E’ un mondo, quello della docenza, che Giovanni Floris conosce bene. E in questo senso, fra le pagine iniziali di questo libro che, dopo una Prefazione inizia non a caso con un capitolo dedicato all’osservazione, allo studio e a una fitta interlocuzione costantemente ricercata con i professori, andando lui nelle scuole, ci ricorda il monito kantiano sul rispetto del lavoro altrui quale che esso sia e che il filosofo scrive in questi termini: «C’era un tempo in cui pensavo che da questa mia attività filosofica dipendesse la gloria del genere umano. Rousseau mi ha corretto e mi ha insegnato che se da questa mia attività filosofica non dipendesse la capacità del rispetto del più umile artigiano proprio quella mia attività non avrebbe alcun senso». In una società come quella di oggi dove il conflitto fra gli uomini si inacidisce lì dove ognuno pensa che l’altro sia rispetto a lui uno scansafatiche o addirittura un nullafacente, le pagine di Floris rendono giustizia proprio a quel lavoro intellettuale di cui spesso oggi è proprio l’artigiano, il mercante, l’imprenditore, il finanziere e così via dicendo a non saper dare il valore che ad esso spetta.

E la sensibilità sul ruolo del docente, su quale sia l’importanza sociale del suo lavoro, questo libro la restituisce pure grazie alla riflessione su una questione di carattere più schiettamente didattico. Floris sottolinea e certifica, con i dati alla mano del giornalista, come certamente i docenti italiani siano i più mal pagati d’Europa; ma poi individua soprattutto con acume e coraggio, quale elemento screditante del lavoro degli insegnanti, una questione cruciale di carattere pedagogico. Rispetto al binomio che oggi viene tematizzato nei termini di insegnamento-apprendimento, con una deriva populistica che individua nel processo di apprendimento il baricentro del rapporto scolastico fra docenti e discenti, le pagine del libro dicono con coraggio che le cose non stanno in questi termini.

Innanzitutto facendo pulizia di tanta retorica pedagogistica di fronte a cui Floris scrive che «se è vero che in qualsiasi professione essere aggiornati (in questo caso sui metodi d’insegnamento) è necessario, essere colti è preferibile».

Qui un rimando possibile e importante dello spirito del libro è ad alcune parole che si colgono su quanto scrive il Professore Emerito dell’Università Normale di Pisa e insigne archeologo e storico dell’arte italiano Salvatore Settis dove si legge sul Fatto Quotidiano del 15 marzo 2018: «Ci sono sempre stati buoni maestri, quelli che praticano con passione e impegno il proprio mestiere e sanno comunicare ai giovani curiosità, interesse, entusiasmo; e ci sono sempre stati cattivi maestri, scontenti di sé, insicuri, incapaci di dialogare e di suscitare attenzione. Ma quel che stimola ogni trasmissione di conoscenza è l’appassionata pratica di un sapere e il conseguente desiderio di trasmetterlo ai più giovani. La conoscenza si propaga per contatto fra esseri umani, e sono i contenuti che ne assicurano il travaso da una generazione all’altra […] Da alcuni decenni è di moda credere che per insegnare, poniamo, la matematica o la storia non basta conoscere bene queste discipline, ma è indispensabile praticare qualcos’altro, che le supera e le contiene: la didattica della matematica, la didattica della storia. Questa perniciosa petitio principii ha infettato le nostre menti, ma anche le circolari ministeriali, i meccanismi di reclutamento e di valutazione. La didattica, o pedagogia che dir si voglia, tende così a diventare non un sapere fra gli altri, bensì una sorta di super-disciplina che pretende di superare o contenere tutte le altre. Di conseguenza, si può insegnare solo a patto di sapere come, non che cosa […] Concentrarsi sulle modalità del l’insegnamento e non sui suoi contenuti. Questa sembra essere la parola d’ordine della nuova scuola, “buona” o cattiva che sia. Si viene così a creare una perversa simmetria: agli insegnanti si chiede di spostare l’accento, nella loro preparazione e nel loro lavoro, dai contenuti ai metodi d’insegnamento Agli studenti si chiede di spostare l’accento dalla elaborazione della conoscenza all’acquisizione di abilità, competenze, skills. La scuola così intesa può forse ancora (stancamente) trasmettere nozioni, ma non la passione di sapere […] L’insegnante ideale è chi sa benissimo la storia o la matematica, vi dedica la miglior parte del suo tempo, e ha elaborato la passione di trasmetterla perché la considera non solo utile, ma “bella” da coltivare, da conoscere e da far conoscere. Solo un insegnante come questo (e per nostra fortuna nella scuola italiana ce ne sono ancora migliaia) saprà davvero trasmettere, attraverso la storia o la matematica, la capacità di ragionare con rigore che è la dote più preziosa di ogni essere umano». Il passo è un po’ lungo ma restituisce appieno quello che è lo spirito del libro di Floris lì dove egli con una fulminea ci dice appunto che “se essere aggiornati è necessario, essere colti è preferibile».

Le pagine del libro, naturalmente, ci restituiscono un concetto di uomo o donna colta che non è sinonimo di un uomo e di una donna dal sapere libresco, magari erudito, ieratico. E ce lo restituiscono con la mobilitazione di una pluralità di paradigmi di interpretazione della realtà che sembra effettivamente essere la cifra effettiva di questo libro. Per conoscere e descrivere il mondo della scuola, Floris fa appello infatti alla ricerca sociologica, a una fitta lettura giornalistica che si è interessata dell’argomento, a un continuo riferimenti nei confronti dei dati messi a disposizione dei maggiori istituti di ricerca sulla scuola, alle ricercate e fitte interlocuzioni con docenti, presidi, studenti e genitori; ma, in fondo, come origine del caleidoscopico investigare critico in tutte le direzioni, alla sua mente e al suo cuore pulsante di studente, di figlio, di genitore che intanto deve confrontarsi anche con l’altra metà del cielo che attende all’educazione della famiglia. Non è un caso che il libro sia dedicato ‘Ai genitori come me e Bea, agli studenti come Valerio e Fabio, ai professori come mia madre, la Floris’.

Ed è proprio al complesso mondo degli studenti degli istituti italiani di ogni ordine e grado che questo libro dedica il suo secondo capitolo. Per mettere a fuoco questo mondo, il libro parte da un’interlocuzione con un insegnante delle medie in Abruzzo; passa poi da alcuni rapporti del Censis e dell’Ucsi e infine riplana dentro i corridoi delle scuole dentro cui Floris fa una domanda scomoda ma, a nostro avviso, unica per valutare il lavoro degli stessi docenti.

Ecco la domanda fatidica: come sono i vostri prof?

Il libro non ha paura di fare questa domanda e di ascoltare la risposta nei termini prosaici che sono diventati un po’ il patrimonio del nostro parlare collettivo a qualunque grado della gerarchia sociale e generazionale ci si muova. Che non è dunque specificità degli studenti ma modalità di espressione di un tempo. I professori, rispondono in una scuola media romana gli studenti, sono in fondo facilmente classificabili in questi termini: “Stronzi, meno stronzi e bravi”. Ognuno ha una sua abilità quasi innata a dire chi siano gli stronzi; i meni stronzi Floris li immagina in una sorta di limbo ma poi la risposta che gli interessa è quella che su cui si costruisce effettivamente la cerniera fra il mondo dei docenti e il mondo dei discenti e soprattutto la cerniera generazionale.

Quali sono i codici con cui oggi un giovane può ascoltare e seguire volentieri un professore, pure nella fisiologica dialettica non irenica che scandisce i giorni della vita e dei rapporti reali? Il giornalista e l’uomo colto cerca questo! Dove si tramanda la linfa del sapere perché egli non debba ascoltare, nel mondo con cui inizia il libro, l’accoglienza che gli è stata riservata da un professore di lettere del Nord … “In nome del popolo somaro, benvenuto!”. Fra gli stronzi dei professori e il popolo somaro ci deve pure essere una sorta di ghiandola pineale cartesiana in cui si possa sperare che materia in formazione e cogitazione formativa possano pure incontrarsi.

Dalle pagine di questo libro si capisce che il tema non è solo scolastico, è politico. C’è una speranza ancora oggi per la politeia, per il suo rinnovarsi in un modo virtuoso?

Il libro risolve qui dentro un orizzonte che, nelle stesse parole degli studenti, ci dà un polso socratico. E lo vogliamo restituire proprio con quanto Floris ci riporta dal mondo dei bambini delle scuole elementari. Eccole le loro parole, per andare a cogliere la verità lì dove deve rivolgere lo sguardo il fanciullino della paideia: «I simpatici riescono a rendere la lezione divertente e non noiosa. Scherzano, ma sanno farsi rispettare». Sembra una risposta facile ma non lo è. Non è facile da intendere e, a questo scopo, ecco il discorso platonico sul maestro universale dell’umanità, Socrate appunto. Nelle parole di Alcibiade eccola la descrizione del maestro: «Per fare l’elogio di Socrate, amici, ricorrerò a delle immagini. Sono sicuro che lui penserà che voglia scherzare, e invece sono serissimo, perché voglio dire la verità. Io dichiaro dunque che Socrate è in tutto simile a quelle statuette dei Sileni che si vedono nelle botteghe degli scultori, con in mano zampogne e flauti. Se si aprono, dentro si vede che c’è l’immagine di un dio. E aggiungo che ha tutta l’aria di Marsia, il satiro: eh sì, Socrate, gli somigli proprio, non vorrai negarlo! E non solo nell’aspetto! […] Tu, Socrate, sei diverso da Marsia solo in questo, che non hai affatto bisogno di strumenti musicali per ottenere gli stessi risultati: ti bastano le parole. Una cosa è certa e dobbiamo dirla: quando ascoltiamo un altro oratore, il suo discorso non interessa quasi nessuno. Ma ascoltando te, tutti, ma proprio tutti, uomini, donne, ragazzi, siamo colpiti al cuore: qualcosa che non ci fa star tranquilli si impadronisce di noi; quando lo sento parlare il mio cuore si mette a battere forte e mi emoziono fino alle lacrime […] amici, non vorrei sembrarvi del tutto ubriaco, ma bisogna che vi dica – come se fossi sotto giuramento – quale impressione ho avuto nel passato, ed ho ancora, ad ascoltare i suoi discorsi. Quando lo sento parlare, il mio cuore si mette a battere più forte di quello dei Coribanti in delirio e mi emoziono sino alle lacrime: e ne ho vista di gente provare le stesse emozioni».

Ecco dove ci conduce questo libro. Poi certamente continua con un’indagine psicologica sulla galassia emotiva degli studenti fra cui circolano come astri sotto il cielo della scuola gli anambiziosi, i solidali, gli esclusi. Ma, appunto, il libro prosegue soprattutto con l’idea che, anche nell’articolazione dei pianeti degli studenti, questi sono pur sempre una co-stellazione.

Quanto apprezziamo nel linguaggio di questo libro è il coraggio di ricorrere a ogni esperienza del vissuto dell’autore per cercare di spiegarsi pure lì dove qualcuno storcerebbe il naso in maniera intellettualistica. Che la formula magica della paideia per la politeia sia essa stessa una politeia, Floris ce lo dice in questo modo: «Le squadre vincenti vivono di alchimie complesse. Anche se è impossibile insegnarle a tavolino, puoi cercare di incoraggiarle. E non perché è bello e si deve, ma perché conviene, come spiegò un allenatore di pallavolo, Jiulio Velasco […] e tramite il gioco collettivo si riesce a far emergere il meglio di ognuno, sopperendo ai suoi difetti con le doti di un altro. Un gioco che non faccia questo applica una tattica sbagliata».

Il nodo fra didattica e gioco, Giovanni Floris, allenatore con il patentino UEFA B, che gli consente di allenare fino a una squadra di serie D e perfino di essere il collaboratore di un allenatore di Serie A, cerca di restituirlo con le stesse parole di José Mourinho lì dove il tecnico portoghese racconta di una sua esperienza fondamentale quale il suo primo lavoro come docente di bambini con sindrome di Down e severe disabilità mentali: «Tecnicamente non ero pronto ad aiutare quei ragazzi. E se ho avuto successo è stato solo per una ragione, la relazione emozionale che ho stabilito con loro. Ho ottenuto dei piccoli legami solo grazie a questo legame. Affetto, contatto, empatia, solo per quello […] Ora alleno i migliori giocatori del mondo e […] certo hai bisogno di preparazione, della capacità di analizzare le cose, ma al centro di tutto ci sono l’empatia, non solo con gli individui ma all’interno del team».

Proprio questo libro ci racconta di come «Charles Darwin scrisse di essere considerato, dal padre e dai compagni, di intelligenza inferiore alla media. Ecco, per restare dentro il tema del team, a dispetto della vulgata per cui Darwin sarebbe all’origine di quello che vien chiamato appunto darwinismo sociale e che teorizzerebbe la selezione naturale del più forte a scapito del più debole, vale bene richiamare che è esattamente il contrario. Per Darwin, sopravvivono e si sviluppano proprio per selezione naturale, solo quelle tribù in cui gli istinti sociali prevalgono sugli istinti egoisti e asociali.

Ecco perché – come chiude Floris dopo le pagine sui genitori che lasceremo alla scoperta del lettore – «professori e studenti possono salvare l’Italia». E’ il credo di Floris e tutto lo studio e la passione che vengono profuse in questo libro vivono di questo slancio civile del figlio, dello studente e del genitore Giovanni Floris.

Giuseppe Cappello

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Chi è Giuseppe Cappello

Giuseppe Cappello è nato a Roma nel 1969.

Dopo gli studi classici si è laureato in Filosofia presso l’Università di Roma «La Sapienza».
Insegna filosofia e storia al Liceo.

Ha pubblicato diverse sillogie di poesia: "Le danze dell’anima" , "Il canto del tempo", "Il gioco del cosmo", "Scuola", "Dì d’infinito" e "Vita nuova".

Autore del libro "Viaggio in Grecia" e ultimamente anche di un CD musicale dal titolo "Days of Infinity".

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