Cento anni di ibleitudine
Cento anni di ibleitudine
(12/11/2025)

Cara zia Giovanna,
anche tu hai girato la pagina di questo libro che è la nostra esistenza umana. E così il volume si è chiuso. Zia Pina lo aveva aperto venendo alla luce nel 1925 e tu, appunto, lo chiudi ora – intanto si erano conclusi i capitoli di Totò, Dea, Nunzio, Saro e della stessa Pina – nel 2025. Esattamente 100 anni dopo. Sei stata tenace, cara zia, a portare avanti la tua vita perché di questa vostra fratellanza non si potesse dire che non fosse pure secolare.
Un’arte, quella della tenacia, dell’impegno e dello «spirto guerriero» che foste chiamati, voi fratelli e sorelle, a imparare presto sotto l’ombra dei Monti Iblei nel cuore di un Mediterraeo lontano dalle preoccupazioni di una Capitale lontana e pure di un Nord del Paese che lo pensava generalmente solo nelle braccia da importare per le sue grandi industrie.
Ma quel Mediterraneo eterno, solare e omerico, voi non lo scordaste.
In quella luce, del mito e di una storia millenaria, andaste ad aprire un’eterna pagina platonica e a riscriverla fin già dai giorni della vostra infanzia. Quella pagina in cui si narra dell’unione di Penìa e Poros, della povertà e dell’ingegno ovvero di quanto nell’umano è mancanza, lotta ed escogitazione.
E coltivaste, in questo spirito, la vostra fanciullezza.
Fra la mancanza e l’ingegno, lì dove alle feste di Afrodite nacque Eros, voi prendeste questo desiderio e lo coltivaste nella fatica prima e poi con l’arte. Ognuno di voi infatti fece di una meridionale fatica artigiana e millenaria il genio di un’arte.
Tu cara zia, quasi a ricordare Penelope, proprio l’arte del telaio con i raffinati arazzi; così come pure con la pazienza di una donna greca a prestare il suo volto al pennello di mio padre che sui carri siciliani iniziava a incidere sembianze umane lì dove una natura lignea rinasceva nello spirito fra lo sguardo del sentimento e della ragione. Uno spirito che in zio Nunzio e zio Totò si spinse per le vie dell’architettura e in Pina fra gli arabeschi della sapiente, fiera e irriducibile arte del ricamo; così come in Dea nella preghiera laica della lettura di un quotidiano antico e nella cura dell’anziana madre.
Colei che vi insegnò a imparare. A lottare per imparare e a imparare per lottare.
Fino anche nella suprema vibrazione della politica dove la vita di questi sei fratelli che siete stati incontrò la storia di quel Partito che l’inno alla fraternità insegnò all’Italia nel vostro secolo. Una fratellanza laica figlia del sudore della terra madre che pure mai dimenticaste insieme alle acque del Mediterraneo.
Dandovi a turno il cambio nel lavoro vi sosteneste per lo studio: lottaste per imparare e imparaste per lottare.
E lì dove la politica di Roma e l’economia del Nord vi avevano, insieme all’eterno del Mediterraneo, dimenticato foste voi a salire a ricordaglielo! Tu, cara zia Giovanna, con zia Dea e la nonna Biagia a Padova; zio Nunzio a Milano; mio padre Saro e zio Totò a Roma.
In ognuno di voi fra le arti, il lavoro, l’estro e la gioia dell’incontro umano, quel lembo sudorientale di Sicilia bussò alle porte del Continente perché nei suoi giorni risuonasse lo sciabordio dell’infinito. Che visse in voi nella gioia dell’incontro ma anche nelle franchezze dello scontro. Nessuna amicizia a ribasso ma quella parresia in cui chi rimane è veramente amico; pure paziente amico.
Perché certo non eravate donne e uomini facili. Cresciuti fin da fanciulli dentro una richiesta aspra della vita a ognuno avete chiesto molto e non avete fatto sconti. Agli amici come ai coniugi … fino a noi figli. Nessuna concessione al lamento dell’agonia, di cui questa nostra molle civiltà contemporanea fa sovente una virtù, ma la fortezza dell’agonismo ci avete chiesto.
E qui noi, figli, dall’originaria Comiso fino a Roma e da Roma a Padova e Milano, abbiamo dovuto imparare. Già in un più confortevole compito con voi alle spalle … fra il greco e il latino, la musica e le matematiche.
Questa la paideia di chi avete allevato perché fosse poi fisico o filosofo, mentore di viaggi o violinista, medico o ingegnere, grecista. Ma innanzitutto cittadino … nessuno mai dimentico della politeia e di quella terra in cui essa fu concepita; tra quelle acque del Mediterraneo in cui si originò la legge della xenìa; di una coappartemenza universale degli uomini e delle donne di questo terrestre angolo del cosmo fino ai cieli lontani di una natura madre.
In fondo l’immagine forse della vostra madre a cui ora tutti siete tornati fra la casa di Via San Leonardo a Comiso e la stella più lontana e vicina del cielo.
Tocca ora veramente a noi, i vostri figli, andare per un mare che s’è fatto tutto aperto e però fra le rotte di un’acqua segnata e il grande carro d’una notte stellata. A cui ci avete insegnato ad alzare lo sguardo. Per procedere uomini e donne e per guardarvi ancora. In ogni notte iblea, in ogni giorno da dare in dono ancora ai nostri figli!










