Recensioni Cosmopoliteia
Cosmopoliteia. Pensare la pace nel tempo delle nuove tirannie.
(pubblicato il 13/09/2026 sul quotidiano l’Altravoce diretto da Alessandro Barbano)
di Alessia Rapone
Oggi, nel tempo della crisi delle democrazie, o forse dell’avvento di nuove tirannie dentro il corpo ormai esausto delle democrazie; oggi, nel tempo dell’agonia del diritto internazionale e del ritorno di nuovi, feroci imperialismi, guerreggianti e guerreggiati, il libro di Giuseppe Cappello, Cosmopoliteia, ci invita a tornare a una domanda antica e insieme drammaticamente attuale: come è possibile la pace? E quali condizioni politiche, giuridiche e morali sono necessarie perché essa possa essere costruita e preservata?
Cappello affronta questa domanda attraverso il pensiero e i testi di due filosofi accomunati dalla necessità di pensare l’agire umano di fronte alle grandi trasformazioni della storia: Immanuel Kant e Hans Jonas. In particolare, il percorso si confronta con due opere kantiane — Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico (1784) e Per la pace perpetua. Un progetto filosofico (1795) — e con Il principio responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica (1979) di Jonas.
Non si tratta, tuttavia, di un semplice ritorno erudito ai classici. Quelle opere, come ci ricorda Cappello, nascevano anch’esse dentro crisi storiche concrete e rispondevano a urgenze politiche precise. Kant scrive sullo sfondo delle guerre che avevano sconvolto l’Europa nel Settecento: le guerre di successione spagnola, polacca e austriaca, fino alla guerra dei Sette anni (1756-1763), conflitto che può essere considerato, per dimensioni e coinvolgimento delle potenze europee e dei loro territori d’oltremare, una sorta di prima guerra mondiale della storia moderna. Jonas, invece, pensa dopo due guerre mondiali, dopo la Shoah e Hiroshima, nel pieno dell’età atomica e della civiltà tecnologica: la guerra di Corea, la crisi dei missili di Cuba, il Vietnam sono gli eventi che rendono evidente come la potenza tecnica dell’uomo abbia raggiunto una dimensione tale da mettere in questione la stessa possibilità della sopravvivenza futura dell’umanità.
E noi?
Noi siamo dentro un’altra stagione di guerre. L’Ucraina, Gaza e il Medio Oriente, la Siria, il Sudan, insieme alle decine di conflitti dimenticati o relegati ai margini dell’attenzione pubblica, ci ricordano quotidianamente che la pace non è affatto una condizione acquisita. Al contrario, appare sempre più come un compito politico fragile, da costruire e difendere.
È precisamente qui che Cosmopoliteia acquista il suo significato.
Tornare a Kant
«Riscoprire la radice democratica fondata sul diritto e non sulla forza, sul consenso e non sulla mera utilità»: così, nella prospettiva proposta da Cappello, possiamo sintetizzare uno dei significati più urgenti del ritorno a Kant.
È una questione tutt’altro che accademica.
In un’epoca nella quale il potere tende nuovamente a presentarsi come diritto, nella quale la forza militare e la potenza economica sembrano spesso diventare criteri sufficienti per stabilire ciò che è possibile e ciò che non lo è, Kant ci ricorda che la politica non può essere separata dal diritto e che il diritto non può essere ridotto alla semplice registrazione dei rapporti di forza.
Ma il contributo kantiano non riguarda soltanto il rapporto tra diritto e potere. Esso riguarda anche il modo in cui concepiamo il conflitto politico.
Nella Quarta tesi della Idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico, Kant scrive:
«L’uomo ha una inclinazione ad associarsi, poiché nello stato di società egli si sente maggiormente uomo, cioè sente di potervi sviluppare le sue disposizioni naturali. Egli però ha anche una forte tendenza a dissociarsi, poiché ha parimenti in sé la qualità antisociale di volgere tutto solo secondo il suo interesse, per cui si aspetta resistenza da ogni parte e sa di avere egli stesso da parte sua la tendenza a resistere contro altri».
È qui che compare una delle idee più celebri e feconde della filosofia kantiana: quella della «insocievole socievolezza» (ungesellige Geselligkeit).
L’essere umano ha bisogno degli altri per sviluppare le proprie facoltà, ma nello stesso tempo è portato a perseguire il proprio interesse, a resistere agli altri, a entrare in competizione e conflitto con loro. L’antagonismo, dunque, non è per Kant semplicemente una patologia da eliminare. È anche una forza che mette in movimento le facoltà umane e che, attraverso un ordinamento razionale, può trasformarsi in progresso civile.
Questa è una delle intuizioni di Kant che Cosmopoliteia ci invita a riscoprire: il conflitto non deve necessariamente condurre alla guerra; può essere istituzionalizzato, regolato, trasformato in confronto politico.
La questione decisiva diventa allora quella dell’ordinamento.
La ragione deve dare forma al conflitto, impedire che esso degeneri nella pura violenza, costruire istituzioni capaci di trasformare l’antagonismo in una dinamica di sviluppo umano e civile. La politica, in questo senso, non è soltanto tecnica del potere. È una sittliche Aufgabe, un compito etico.
Ed è proprio qui che Kant stabilisce il rapporto fra politica e morale. La politica, intesa come dottrina pratica del diritto, non può contraddire i principi della morale. L’agire politico non può essere autorizzato a fare ciò che l’uomo, come essere morale, non potrebbe mai fare. La pace perpetua e il diritto cosmopolitico richiedono dunque che la politica si accordi con l’imperativo morale.
Naturalmente, questo accordo non è automatico. Richiede mediazione, prudenza, capacità istituzionale. Richiede quella prudentia che appartiene a una lunga tradizione della riflessione politica e che consiste nella capacità di tradurre i principi in azione senza sacrificare i principi stessi.
È forse uno dei passaggi più importanti del libro di Cappello: non basta avere valori; bisogna costruire le condizioni politiche perché quei valori possano diventare realtà.
Da Kant a Jonas: l’estensione della responsabilità
Ma il percorso di Cosmopoliteia non si ferma a Kant. Ed è proprio il passaggio a Hans Jonas a rendere la riflessione ancora più vicina al nostro presente.
Kant aveva elaborato l’idea di un ordinamento cosmopolitico fondato sul diritto e sulla ragione. Ma il mondo nel quale Jonas si trova a pensare è ormai profondamente diverso. La tecnica moderna ha modificato radicalmente la scala dell’agire umano.
L’uomo non dispone più soltanto della capacità di trasformare il proprio ambiente immediato. La potenza tecnologica gli ha dato la possibilità di intervenire sui processi naturali, di alterare gli equilibri planetari e, soprattutto, di mettere in pericolo le condizioni stesse della vita futura.
È questa la grande novità introdotta da Jonas: la responsabilità deve estendersi anche a coloro che non sono ancora presenti.
Il futuro entra così nell’orizzonte della morale.
Jonas parte da una constatazione che è al tempo stesso filosofica e politica: le etiche tradizionali erano state elaborate in un mondo nel quale le conseguenze dell’azione umana erano relativamente limitate nello spazio e nel tempo. La tecnica moderna ha invece prodotto un potere d’azione senza precedenti e, con esso, conseguenze potenzialmente irreversibili.
Per questo, scrive Jonas, occorre interrogarsi sui fondamenti dell’etica richiesta dal «nuovo agire» e, contemporaneamente, sulle possibilità che quei principi riescano effettivamente ad affermarsi nella vita concreta degli uomini. Il primo interrogativo riguarda la dottrina dei principi morali; il secondo, la teoria della loro applicazione, cioè, in ultima analisi, la teoria politica.
È un passaggio decisivo.
Perché un’etica che non sappia tradursi in istituzioni, decisioni e politiche rimane impotente. Ma anche una politica che rinunci a interrogarsi sui propri principi rischia di diventare pura amministrazione dell’esistente, quando non semplice esercizio della forza.
In Jonas, dunque, la responsabilità assume una dimensione politica e cosmopolitica: dobbiamo agire in modo tale da lasciare aperta la possibilità della vita e della dignità umana nel futuro.
La necessità della teoria
È forse questo il punto nel quale Kant e Jonas, attraverso la lettura proposta da Cappello, diventano sorprendentemente contemporanei.
La domanda potrebbe essere formulata in termini semplicissimi: Come si lavora per la pace? Bisogna mettere in atto politiche ragionevoli. E come si mettono in atto politiche ragionevoli? Fondandole su principi solidi. E a chi spetta il compito di interrogarsi su questi principi? Alla filosofia. Ai filosofi. E, in senso più ampio, a tutti coloro che ricercano, discutono, problematizzano, mettono in questione ciò che appare ovvio: a tutti coloro che tengono vive le idee.
È qui che emerge una parola che forse oggi dovremmo pronunciare con maggiore forza: teoria. Abbiamo bisogno di teoria. Ne abbiamo bisogno proprio quando essa sembra più inutile, proprio quando il pragmatismo viene presentato come l’unica forma possibile di realismo politico, proprio quando la complessità del mondo sembra autorizzare il cinismo e quando il relativismo viene utilizzato non più come strumento critico, ma come comodo alibi per l’assenza di principi.
«Morto e seppellito Dio», nel tempo del nichilismo e dei relativismi opportunistici, il rischio è che venga seppellita anche la possibilità stessa di parlare di verità, giustizia, diritto, responsabilità. E tuttavia, proprio quando tutto sembra ridursi a interessi, rapporti di forza e convenienze, diventa urgente tornare a chiedersi perché una determinata politica sia giusta o ingiusta, perché una guerra debba essere considerata necessaria o illegittima, quali limiti debbano essere posti alla forza, quale responsabilità abbiamo nei confronti degli altri esseri umani e di coloro che verranno dopo di noi.
La teoria non è evasione dalla realtà. È ciò che ci permette di giudicare la realtà.
Ed è per questo che la crisi della filosofia, della scuola e dell’università non è un problema settoriale che riguarda soltanto il mondo della cultura. Quando gli spazi della formazione critica si restringono, quando la scuola e l’università vengono progressivamente private della loro funzione di educazione al pensiero autonomo, a essere indebolita è la stessa capacità democratica di una società.
Una democrazia, infatti, non vive soltanto di procedure elettorali. Vive della capacità dei cittadini di pensare, discutere, dissentire, argomentare, riconoscere il diritto dell’altro e sottoporre il potere al giudizio della ragione.
Una cosmopoliteia per il nostro tempo
È dunque questo, a mio avviso, il significato più profondo di Cosmopoliteia: ricordarci che la pace non può essere pensata senza il diritto, il diritto senza la politica, la politica senza la morale e la morale senza una riflessione sui limiti e sulle responsabilità del nostro agire.
Kant ci consegna l’idea di una ragione capace di dare forma all’antagonismo umano attraverso il diritto e le istituzioni. Jonas amplia quella responsabilità fino a comprendere il futuro della vita e dell’umanità, mostrando come la potenza tecnologica abbia reso necessario un nuovo principio etico.
Tra Kant e Jonas si apre così un arco che arriva fino a noi.
Dal problema dell’ordine politico e della pace fra gli Stati al problema della sopravvivenza della civiltà; dal diritto cosmopolitico alla responsabilità verso le generazioni future; dall’antagonismo che deve essere regolato alla potenza tecnica che deve essere limitata: il problema è sempre quello di fondo, come impedire che la forza diventi l’unico criterio dell’agire umano.
In questo senso, Cosmopoliteia non è soltanto un libro su Kant e Jonas. È un libro che parla del nostro presente attraverso Kant e Jonas.
E forse il suo messaggio più urgente è proprio questo: la pace non è l’assenza della guerra, così come la democrazia non è semplicemente l’assenza della dittatura. Entrambe richiedono istituzioni, diritto, responsabilità, conflitto regolato, cultura e soprattutto pensiero.
Per questo, oggi più che mai, abbiamo bisogno di filosofi. E forse è proprio da qui che bisogna ripartire per tornare a pensare la pace.

Gli imperativi di un mondo nuovo
di Stefano Cazzato
(pubblicato sul quotidiano Conquiste del Lavoro del 04/09/2026)
Se c’è un legno storto dell’umanità, pensava Kant, è perché bisogna raddrizzarlo per tendere con tutte le proprie forze a quella comunità di individui liberi capaci di vivere in pace sulla base di leggi altrettanto liberamente negoziate.
“Uno stato di diritto si configura come quell’istituzione in cui ogni individuo è libero in quanto deve ubbidire solo a quella legge che egli stesso ha concorso a istituire”.
È il principio del contratto sociale, che tanta fortuna ha avuto sia nell’età moderna che in quella contemporanea, con formulazioni diverse, alcune più restrittive e altre più ottimistiche, tutte riconducibili all’idea di una libertà che per essere salvaguardata deve diventare oggetto di diritto.
A partire da questa premessa giusnaturalistica, ma con una torsione che porta il discorso dalla filosofia politica all’attualità più stringente della guerra e dei sovranismi, lo scrittore e docente Giuseppe Cappello traccia lo scenario di un mondo possibile, e lo fa non solo con gli strumenti della passione e dell’utopia, ma con la robusta e argomentata riflessività del pensiero che attinge, soprattutto, da due grandi classici: Kant e Jonas.
Entrambi i filosofi, come giustamente argomenta l’autore, sono accomunati dall’esigenza di allargare sotto il segno della pace e della libertà l’idea stessa di mondo, il primo pensandolo in senso cosmopolitico e il secondo espandendolo e proiettandolo nel futuro, dalla società dei viventi a chi vivrà.
In Kant c’è l’urgenza di uno sconfinamento geografico che si manifesta attraverso la necessità etica e politica di andare oltre la grettezza degli Stati nazionali, che hanno scelto la guerra come modalità di risoluzione dei conflitti, in Jonas prevale invece l’urgenza di uno sconfinamento temporale che investe la tradizionale responsabilità etica di nuovi doveri non solo nei confronti dell’uomo ma di tutti gli esseri, e non solo nei confronti degli uomini di oggi ma anche degli uomini di domani.
Con una sensibilità tardo-novecentesca, determinata dalle emergenze ambientali di un progresso selvaggio, che il Kant figlio dell’illuminismo non poteva ancora immaginare, Jonas espande ancora di più il cosmo per farlo diventare comprensivo non solo della polis ma anche della physis e delle sue creature.
E “non è un caso che all’art.9 della Costituzione italiana sia stato saggiamente aggiunto il comma per cui la Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni e la legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”.
Lungo la linea dei due celebri imperativi universalistici (quello etico kaniano e quello ecologico jonasiano) questo agile saggio mette a punto una strategia concretamente perseguibile da quegli esseri fallibili, ma fortunatamente anche razionali, che siamo.

La dimora giuridica del mondo
di Stefano Cazzato
(pubblicato sulla rivista Rocca del 01/08/2026
Quando la filosofia immagina un mondo migliore (il che, per fortuna, accade molto spesso) è frequente che la si accusi di essere irenica, visionaria, utopica, fondamentalmente inutile. Esperimenti mentali, sarebbero i ragionamenti dei filosofi, digressioni su mondi possibili, forse stupendi, ma privi di ancoraggio al reale.
Questi fanatici dell’esistente non tengono conto che quella filosofica è, per dirla con un termine francofortese, un’immaginazione produttiva, che vede dentro le possibilità del reale i contorni di un mondo che non c’è ancora, ma un giorno potrebbe esserci.
A partire da questa speranza concreta la filosofia elabora teorie, costruisce progetti, formula visioni del mondo, lavora con la fatica dei concetti e con l’entusiasmo delle passioni dentro le paludi della storia, anticipa un futuro più giusto.
È questa una premessa doverosa per accostarsi ai due filosofi che lo scrittore e docente Giuseppe Cappello ha scelto come modelli di una delle direzioni possibili della storia, non già, come egli stesso afferma, perché un fine della storia sia già scritto ma perché quel fine è il prodotto degli sforzi teoretici e pratici dell’uomo e, più precisamente, di un pensiero che non vuole restare appeso al cielo delle buone intenzioni ma farsi motore di cambiamento, di progresso e di umanità.
Immanuel Kant e Hans Jonas, dunque. L’uno, Kant, il filosofo dell’illuminismo, di un cosmo che sotto la spinta della ragione, della morale e delle leggi comincia a diventare sempre più ampio e meglio regolato per consentire a tutti, dentro e fuori gli Stati nazionali, dignità, diritti, relazioni pacifiche e conviviali, opportunità di vita e di autorealizzazione.
L’altro, Jonas, il filosofo di un cosmo ancora più esteso non solo per l’inevitabile superamento dei confini materiali, ma anche per lo sforamento della dimensione temporale che la filosofia, nella sua forma etica, è in grado di operare investendo di diritti sia gli uomini di oggi che quelli di domani ai quali, come prevede l’imperativo categorico kantiano riformulato ecologicamente da Jonas, dovrebbe essere lasciato in eredità grazie all’impegno responsabile nel presente un mondo degno di essere abitato e vissuto nel futuro.
Con una sensibilità tardo-novecentesca, che Kant poteva presentire ma non sviluppare, il cosmo diventa così comprensivo, suggerisce Cappello, non solo della polis ma anche della physis e delle sue creature. E “non è un caso che all’art.9 della Costituzione italiana sia stato saggiamente aggiunto il comma per cui la Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi anche nell’interesse delle future generazioni e la legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”.
Con competenza, frutto del suo lavoro di docente, ma anche della sua personale e assidua frequentazione dei classici, e con una passione ventennale, declinata in una pubblicistica civile più ampia di quella specificamente filosofica, Cappello inquadra sotto il concetto di Cosmopoliteia la riflessione di Kant e di Jonas, ne mette in luce le convergenze, si sofferma con sguardo storico e proiezione attualizzante sui punti qualificanti delle rispettive concezioni di fronte alla sfide geopolitiche, bioetiche, ambientali del nostro tempo.
Ma fa di più: con una torsione provvidenziale, che porta la filosofia dai libri alla vita, rilegge queste concezioni con rapidi riferimenti alla Costituzione italiana e, più in generale, all’esprit delle Costituzioni democratiche: è in questo spirito che si sedimenta l’ideale regolativo della ragione che “non è una forma astratta di moralismo, ma il principio dinamico attraverso cui l’umanità costruisce la propria dimora giuridica nel mondo”. Una barriera contro la violenza, l’orrore, gli istinti elementari che possono periodicamente riemergere, nonostante i processi di civilizzazione, dal legno storto della nostra umanità.















