Introduzione ad Anselmo d’Aosta
Videolezione su Anselmo d’Aosta e testi del filosofo sui concetti centrali attraverso cui si snoda la videolezione
L’argomento ontologico, l’obiezione di Gaunilone, la replica di Anselmo
1. L’ARGOMENTO ONTOLOGICO
Anselmo nacque ad Aosta nel 1033 e, dopo gli studi teologici, si recò nell’abbazia di Bec, in Normandia, per seguire il suo concittadino Lanfranco la cui fama si stava diffondendo in tutta Europa. Nel 1063, Anselmo divenne priore dell’abbazia e quindi, nel 1078, abate. Nel 1091 fu nominato arcivescovo di Canterbury e svolse questo ruolo fino all’anno della sua morte, il 1109. Anselmo occupa un posto di rilievo nella storia della teologia e della filosofia soprattutto per l’elaborazione di una prova dell’esistenza di Dio destinata a divenire famosa con il nome di argomento ontologico. E’ l’argomento che, in sintesi, riconduce il concetto di Dio al concetto della cosa di cui non si può pensare nulla di maggiore e conclude che, ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore, per essere veramente tale, non può essere privo anche della caratteristica dell’esistenza. Chiunque ammette di concepire Dio come la cosa di cui non si può pensare nulla di maggiore, sennonché, chi poi pensa che questa cosa non esista si contraddice. Come può infatti, chiede Anselmo, la cosa di cui non si può pensare nulla di maggiore essere tale e non includere in se stessa, per essere tale, proprio la caratteristica più importante, l’esistenza? Pensare, quindi, a Dio come ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore equivale di fatto a pensare Dio come esistente. Il pensiero di Dio implica necessariamente l’essere di Dio. Questo argomento sarà destinato, come si è detto, a trovare epigoni e critici lungo tutto il corso della storia della filosofia. Per dire dei più famosi: il monaco Gaunilone, Tommaso d’Aquino e Immanuel Kant rifiuteranno nettamente il passaggio dal pensiero all’esistenza mentre Cartesio ed Hegel lo sosterranno con forza.
Non tento, o Signore, di penetrare la tua profondità poiché in nessun modo posso metterle a pari il mio intelletto; ma desidero comprendere in qualche modo la tua verità, che il mio cuore crede ed ama. Non cerco infatti di comprendere per credere, ma credo per comprendere. Poiché credo anche questo: che “se non avrò creduto non potrò comprendere”
Ora crediamo che tu sia qualche cosa di cui nulla può pensarsi piú grande. O che forse non esiste una tale natura, poiché “lo stolto disse in cuor suo: Dio non esiste”? . Ma certo, quel medesimo stolto, quando sente ciò che io dico, e cioè la frase “qualcosa di cui nulla può pensarsi piú grande”, capisce quello che ode; e ciò che egli capisce è nel suo intelletto, anche se egli non intende che quella cosa esista. Altro infatti è che una cosa sia nell’intelletto, altro intendere che la cosa sia. Infatti, quando il pittore si rappresenta ciò che dovrà dipingere, ha nell’intelletto l’opera sua, ma non intende ancora che esista quell’opera che egli non ha ancor fatto. Quando invece l’ha già dipinta, non solo l’ha nell’intelletto, ma intende che l’opera fatta esiste. Anche lo stolto, dunque, deve convincersi che vi è almeno nell’intelletto una cosa della quale nulla può pensarsi piú grande, poiché egli capisce questa frase quando la ode, e tutto ciò che si capisce è nell’intelletto.
Ma, certamente, ciò di cui non si può pensare il maggiore non può esistere solo nell’intelletto. Infatti, se esistesse solo nell’intelletto, si potrebbe pensare che esistesse anche nella realtà, e questo sarebbe piú grande. Se dunque ciò di cui non si può pensare il maggiore esiste solo nell’intelletto, ciò di cui non si può pensare il maggiore è ciò di cui si può pensare il maggiore. Il che è contraddittorio. Esiste dunque senza dubbio qualche cosa di cui non si può pensare il maggiore e nell’intelletto e nella realtà.
E questo ente esiste in modo cosí vero che non può neppure essere pensato non esistente. Infatti si può pensare che esista qualche cosa che non può essere pensato non esistente; e questo è maggiore di ciò che può essere pensato non esistente. Perciò, se ciò di cui non si può pensare il maggiore può essere pensato non esistente, esso non sarà piú ciò di cui non si può pensare il maggiore, il che è contraddittorio. Dunque ciò di cui non si può pensare il maggiore esiste in modo cosí vero, che non può neppure essere pensato non esistente.
E questo sei tu, o Signore Dio nostro.
Anselmo, Proslogion, 1-3
2. LA CONFUTAZIONE DI GAUNILONE
Gaunilone, discepolo di Anselmo, contestò l’argomento ontologico, nel Liber pro insipiente, sostenendo che pensare un oggetto non implica direttamente l’esistenza di quell’oggetto; pensare ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore, Dio, non implica, per Gaunilone, che poi tale pensiero debba anche esistere. E’ la posizione secondo cui perché a un pensiero possa essere conferita la nota dell’esistenza bisogna che tale esistenza sia attestata dall’esperienza. Gaunilone portò, in questo senso, l’esempio di un’isola piena di ogni ricchezza e meraviglia: pensare il concetto di tale isola non significava certo la necessità dell’esistenza di queste isola. Questa critica fu ripresa da Tommaso d’Aquino e dal famoso esempio kantiano dei cento talleri: pensare di avere cento talleri non significa avere conseguentemente cento talleri se non a patto della conferma empirica di quel possesso. Comunque, diciamo da subito, che Anselmo ribattè subito alla critica del discepolo.
Se si dice che è nell’intelletto ciò che non può essere pensato sul modello di nessuna cosa reale, non nego che questo ente sia nel mio intelletto. Ma poiché da questo essere nell’intelletto non si può affatto dimostrare che esista anche nella realtà, non gli concedo l’esistenza reale, fin che non mi sia dimostrata con un argomento inconfutabile. E se uno mi dice che, altrimenti, l’ente più grande di tutti non sarebbe il più grande di tutti, costui non bada a chi parla. Infatti io non ammetto ancora, anzi nego o dubito che quell’ente sia più grande di alcuna cosa vera, né gli concedo altro essere se non quello, se pur si può dire “essere”, che ha la rappresentazione di uno che tenta di immaginarsi una realtà affatto ignota in base alla sola audizione delle parole. Come dunque si potrebbe dimostrarmi che quell’ente più grande di tutti esiste in realtà, perché è il più grande di tutti, quando io finora nego o dubito ancora che esista neppure nel mio pensiero, almeno a quel modo in cui sono nel mio pensiero tante cose dubbie e incerte? Infatti, prima dovrei sapere che quell’ente è realmente da qualche parte, e poi finalmente, dal fatto che è il più grande di tutti, sarei certo che egli esiste anche in se stesso.
Per esempio dicono alcuni che vi è in qualche parte dell’oceano un’isola che chiamano isola perduta, per la difficoltà, o piuttosto l’impossibilità di trovare ciò che non esiste, e raccontano che è piena di una inestimabile abbondanza di ricchezze e delizie, molto di più di quel che si dice nelle isole fortunate, e, pur non avendo nessun possessore o abitatore, supera tutte le altre terre abitate per abbondanza di beni. Se uno mi dice questo, io capisco facilmente le sue parole, nelle quali non c’è nessuna difficoltà. Ma se poi come conseguenza aggiunga: non puoi dubitare che quell’isola migliore di tutte le altre terre, che sei sicuro di avere in mente, esista veramente in realtà; e, poiché è meglio esistere nella realtà che esistere solo nell’intelletto, è necessario che quest’isola esista, poiché, se non esistesse, qualsiasi altra terra esistente sarebbe migliore di lei, e quell’isola già pensata da te come la migliore non sarebbe più tale. Se, dico, costui con queste parole volesse dimostrarmi che non si può dubitare dell’esistenza di quest’isola, o crederei che colui che mi parla scherzi, o non so se dovrei reputare più sciocco me che gli credo o lui che crede di avermi dimostrato l’esistenza di quell’isola, a meno che egli non mi faccia vedere che l’eccellenza di quell’isola è una cosa reale e non è come le cose false ed incerte che possono essere nel mio intelletto.
Gaunilone, Liber pro insipiente, V-VI
3. LA CONTROBIEZIONE A GAUNILONE
Anselmo, dopo la critica di Gaunilone all’argomento ontologico, replicò perentoriamente al discepolo. Sottolineò che in merito agli enti finiti, quale per esempio l’isola delle ricchezze e delle meraviglie, era certo arbitrario inferire la loro esistenza dal concetto; di contro, “la cosa di cui non si può pensare nulla di maggiore” si sottraeva a questa arbitrarietà proprio perché distinta dagli enti finiti. Per questi ultimi, il passaggio dal pensiero all’esistenza, indicò Anselmo, deve sempre essere attestato dall’esperienza mentre “ciò di cui non si può pensare il maggiore”, proprio in virtù della sua definizione concettuale, implica che esso comprenda necessariamente anche il predicato dell’esistenza. E’ un’argomentazione che Hegel riprese per confutare l’argomento kantiano dei cento talleri e affidiamo allora alle parole del filosofo tedesco il compito di esplicare nei testi la controobbiezione già formulata da Anselmo.
E’ la definizione delle cose finite, che in esse concetto ed essere siano diversi […] l’astratta definizione di Dio, all’incontro, sta appunto in questo, che il suo concetto e il suo essere sono inseparabili
G.W.F Hegel, Scienza della logica
Quando si parla di Dio si tratta già di un oggetto diverso dai cento talleri e da qualsiasi concetto particolare […]. In effetti ogni finito è tale perché la sua esistenza è diversa dal suo concetto. Ma Dio deve espressamente essere ciò che può essere pensato soltanto come esistente, come ciò in cui il concetto implica in sé l’essere
G.W.F Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche










