Introduzione a Platone
Videolezione su Platone e testi del filosofo sui concetti centrali attraverso cui si snoda la videolezione
Politica, filosofia, intelligenza, idee
1. PLATONE. POLITICA E FILOSOFIA
Platone nacque ad Atene, da una delle famiglie nobiliari più impegnate nella vita politica della città, nel 428 a.C. A vent’anni conobbe Socrate e ne divenne il principale discepolo. Quindi, sia l’educazione familiare, sia l’incontro con Socrate, fino alla vicenda della morte di questi, indussero Platone a occuparsi innanzitutto di temi di ordine politico. Sennonché, la ricerca di ordine etico politico non distolse Platone, come fu per Socrate, dalla ricerca di ordine ontologico, sulla costituzione della realtà; piuttosto le due ricerche si intrecciarono e la conoscenza della costituzione della realtà divenne in Platone la nota propedeutica della stessa azione dell’uomo politico. Sono famosi i brani in cui ormai, dopo la morte di Socrate, il discepolo indica la via di un riscatto della politica nella formazione di governati che possiedano innanzitutto la conoscenza filosofica della costituzione della realtà. Leggeremo in questo senso un passo del dialogo fra Socrate e Glaucone nel V libro della Repubblica.
A meno che negli Stati non divengano re i filosofi, o coloro che oggi si dicono re e sovrani non divengano veri e seri filosofi, e fino a che non si vedano riuniti in un solo individuo il potere politico e la filosofia … non vi sarà rimedio alcuno ai mali degli Stati, Glaugone mio, e neppure, quindi, a quelli dell’umanità: mai, se non a questa condizione, il regime che abbiamo idealmente delineato potrà nascere per quanto è realizzabile né vedrà mai la luce del sole.
Platone, Repubblica, Libro V, 473c-d
Sono parole chiare che sgombrano il campo da ogni dubbio: qualora si voglia costituire uno Stato giusto, sostiene Platone attraverso la figura di Socrate, la gestione del potere politico non può che essere affidata a chi è in possesso della conoscenza filosofica. Vedremo allora, nel prossimo testo, come si configura in Platone la conoscenza filosofica e di fronte a quale concezione della realtà essa conduce.
2. PLATONE. FILOSOFIA E REMINISCENZA
Negli anni e nelle sue opere giovanili Platone aderì alla filosofia del maestro fino al punto che è proprio dai dialoghi platonici che possiamo ricostruire nel modo più accurato la filosofia di Socrate che, da parte sua, non scrisse nulla. L’elemento strutturale che Platone mutuò dal maestro fu la convinzione che qualsiasi valore etico fosse in realtà tale solo se acquisito e esercitato attraverso la strada dell’intelligenza. Nella gioventù Platone risolse, con Socrate, la virtù nell’intelligenza e, ancora, l’intelligenza nel dialogo. Sennonché, con la maturità, il discepolo tenne fermo il principio della risoluzione della virtù etica nella conoscenza ma elaborò una visione del tutto nuova sulla costituzione del processo conoscitivo. Per Socrate, lo ripetiamo, esso si dispiegava nell’ottica totalmente immanente del dialogo mentre per Platone la conoscenza vera fu reminiscenza: ricordo della verità che l’anima aveva contemplato in una vita ultraterrena precedente a quella in cui era precipitata, imprigionata nell’ignoranza dei sensi, nel mondo naturale.
E veramente – disse Cebete – anche in base a quella dottrina che suoli sostenere spesso, se è vera, ossia che il nostro apprendere non è che un ricordare, ebbene, è necessario che noi abbiamo appreso in un tempo anteriore ciò che al presente noi ricordiamo. Ora, questo sarebbe impossibile se la nostra anima non fosse esistita in un altro luogo prima che si generasse in questa forma umana.
Platone, Fedone, 72e – 73a
In questo passo del Fedone, dialogo platonico della maturità, in cui Socrate presta ormai solo la voce alla filosofia di Platone, emerge chiaramente la distinzione delle posizioni del discepolo rispetto al maestro sull’origine della conoscenza: per Socrate essa aveva la sua origine nel dialogare degli uomini e invece in Platone essa si genera in virtù del ricordo di un mondo vero ultraterreno di cui l’anima ha partecipato prima della caduta nel mondo terreno.
3. PLATONE. REMINISCENZA E IDEE
Dalla teoria della reminiscenza emerge chiaramente che la realtà naturale, quella in cui ogni cosa ha un’origine, uno sviluppo e una fine, non è l’unico piano della realtà; al di là della realtà naturale vi è infatti una realtà sovrasensibile in cui vi sono degli oggetti, le idee, che non conoscono il mutamento e rappresentano i modelli eterni su cui si costituiscono gli oggetti naturali destinati invece alla generazione e alla corruzione. Nel mondo naturale vi è una molteplicità di rose che nascono, crescono e muoiono; nel mondo sovrasensibile al di là del cielo, l’iperuranio, vi è invece l’idea della rosa, ingenerata, immutevole e imperitura. Così, ancora, nel mondo naturale vi una molteplicità di cavalli che nascono, crescono e muoiono; nell’iperuranio vi è l’idea del cavallo, ingenerata, immutevole e imperitura. Nel mondo naturale vi è una molteplicità di uomini che nascono crescono e muoiono; nell’iperuranio vi è l’idea dell’uomo, ingenerata, immutevole e imperitura. E così anche per la virtù: nel mondo naturale vi sono una molteplicità di atti temperanti, coraggiosi, giusti e sapienti che si originano, si compiono e si concludono; nell’iperuranio vi sono, ingenerate, immutevoli e imperiture, le idee della temperanza, del coraggio, della giustizia e della sapienza. Gli oggetti e gli atti naturali, caratterizzati dalla mescolanza con la materia, nascono crescono e muoiono; le idee, invece, puri oggetti immateriali, sono eterne. Fra i testi esemplificativi che mostrano il rapporto vicendevole che vi è fra la teoria della reminiscenza e la teoria delle idee vi sono due significativi passi del Fedro.
Bisogna che l’uomo comprenda in funzione di ciò che viene chiamato idea, procedendo da una molteplicità di sensazioni a una unità colta con il pensiero. E questa è una reminiscenza di quelle cose che un tempo la nostra anima ha visto, quando procedeva al seguito di un dio e guardava dall’alto le cose che diciamo che sono essere.
Platone, Fedro, 249b-c
Infatti, allorché le anime che sono dette immortali pervengono alla sommità del cielo, procedendo al di fuori, si posano sulla volta del cielo, e la rotazione di esso le trasporta così posate, ed esse contemplano le cose che sono al di là del cielo. L’ipeuranio, il luogo sovraceleste, nessuno dei poeti di quaggiù lo cantò mai né mai lo vanterà in modo degno […] E l’essere che realmente è, senza colore, privo di figura e invisibile, e che può essere contemplato solo dalla guida dell’anima, ossia dall’intelletto, e intorno a cui verte la conoscenza vera, occupa tale luogo. Ora, poiché la ragione di un dio è nutrita da un’intelligenza e da una conoscenza pura, anche quella di ogni anima, cui prema di conoscere ciò che le conviene, quando vede dopo un certo tempo l’essere, si allieta, e, contemplando la verità, si nutre di essa e ne gode, finché la rotazione del cielo non l’abbia riportata nello stesso punto. Nel giro che essa compie vede la giustizia, la temperanza e la scienza stessa; non la scienza che si rivolge a ciò che nasce, che muta e che muore, ma quella che è veramente scienza perché conoscenza di ciò che veramente è. Quindi, dopo che ha contemplato tutti gli esseri che veramente sono [le idee] e ne è sazia, di nuovo torna all’interno del cielo e nella sua dimora.
Platone, Fedro, 247b-e
4. PLATONE. L’ARTIGIANO CELESTE
I Greci non avevano, nella loro mentalità, l’idea della creazione dal nulla, idea che invece è presente nella tradizione giudaico-cristiana. Per loro qualsiasi cosa veniva all’esistenza da una cosa ad essa anteriore. Fu così anche nel pensiero metafisico di Platone. Il filosofo ateniese concepì la generazione dell’universo naturale come all’opera di un artigiano celeste, il demiurgo, che, con lo sguardo al mondo dei modelli eterni dell’iperuranio, le idee, forgiò una materia originaria informe, la chora. Si può leggere di questo pensiero platonico in una delle opere più importanti che il filosofo scrisse negli anni della vecchiaia, il Timeo.
TIMEO – Se dunque, Socrate, poiché sono state dette molte cose cose riguardo a svariate questioni concernenti gli dèi e la generazione dell’universo, non siamo in grado di offrirti dei discorsi assolutamente e perfettamente congruenti fra loro ed esatti, non ti stupire: ma purché non ti offriamo discorsi meno verosimili di altri, bisogna contentarsi ricordando che io che parlo e voi che giudicate abbiamo natura umana, sicché intorno a tali questioni ci conviene accettare un mito verosimile, e non cercare più lontano.
SOCRATE – Perfetto, Timeo, e allora bisogna accettare le cose come tu ci consigli di fare: intanto con grande piacere abbiamo accolto il tuo esordio, e ora continua e fa’ che noi ascoltiamo il canto.
TIMEO – Diciamo dunque per quale ragione l’artefice realizzò la generazione e questo universo. Egli era buono, e in chi è buono non si genera mai alcuna invidia riguardo a nessuna cosa: essendone dunque esente, volle che tutto fosse generato, per quanto era possibile, simile a lui. Se si accettasse da uomini assennati questa ragione come quella più fondata della generazione e del cosmo, la si accetterebbe nel modo più corretto. Volendo infatti il dio che tutte le cose fossero buone, e nessuna, per quanto possibile, cattiva, prendendo così quanto vi era di visibile e non stava in quiete, ma si muoveva sregolatamente e disordinatamente, dallo stato di disordine lo riportò all’ordine, avendo considerato che l’ordine fosse assolutamente migliore del disordine. Non era lecito e non è possibile all’essere ottimo fare altro se non ciò che è più bello: ragionando dunque trovò che dalle cose che sono naturalmente visibili non si sarebbe o potuto trarre un tutto che non avesse intelligenza e che fosse più bello di un tutto provvisto di intelligenza, e che inoltre era impossibile che qualcosa avesse intelligenza ma fosse separato dall’anima. In virtù di questo ragionamento, ordinando insieme l’intelligenza nell’anima e l’anima nel corpo realizzò l’universo, in modo che l’opera da lui realizzata fosse la più bella e la migliore per natura. Così dunque, secondo un ragionamento verosimile dobbiamo dire che questo mondo è un essere vivente dotato di anima, di intelligenza, e in verità generato grazie alla saggezza del dio.
Platone, Timeo, 29c-30b
Il passo è chiaro e allora indugiamo ancora sulla distinzione fra l’opera del demiurgo platonico e quella del Dio giudaico-cristiano. Il demiurgo è una figura di mediazione fra il mondo ideale e quello naturale: sia la forma che la materia della realtà sono già date e l’opera dell’artigiano celeste è quella di ordinare il caos materiale secondo i paradigmi ideali che risiedono nel mondo iperuranio; il dio platonico è dunque un dio ordinatore. Il Dio giudaico-cristiano, da parte sua, non si limita a ordinare ma è innanzitutto il creatore del mondo materiale; crea il mondo dal nulla e a esso conferisce un ordine che, a differenza del demiurgo, non gli è esterno ma ha egli stesso. Il demiurgo ordina il mondo a immagine e somiglianza del mondo delle idee; il Dio giudaico cristiano crea il mondo a sua immagine e somiglianza.










