Epistola di un prof brontolosauro
(da uno scambio epistolare con il Preside Claudio Salone)
sono contento della sua lettura e della sua condivisione «nello spirito e nella lettera» del mio scritto; mi creda, questo didatticismo anglosassone sta diventando nelle scuole sempre più totalizzante e asfissiante.
Già è mia antica convinzione (lo sa chi ha condiviso con me una certa quantità di sale e lo riascolta puntualmente con un sorriso) che il cinema sia stato il cavallo di Troia con cui l’imperialismo statunitense ha fatto breccia nella roccaforte della sinistra italiana; antiamericana politicamente ma sempre più egemonizzata (proprio in senso gramsciano) dalla produzione hollywoodiana. La terminale figura politico-culturale di Veltroni sembrerebbe una plastica conferma a questo mio pensiero. Forse il cinema (insieme alle canzonette Nobel di Dylan) è l’unica cosa di pseudo-umanistico che la cultura statunitense riesca a tirare fuori accanto alla sua quintessenziale costituzione tecnico-pratica. Companatico per la Silicon Valley. Sinceramente nel binomio fra la finanza medicea e il Rinascimento italiano sembra esserci stato un qualcosina in più.
Ecco allora: mi sembra che ora il discorso si possa estendere ahinoi a tutta questa costruzione pseudopedagogica di fattura (e iattura) anglosassone che sta invadendo la nostra scuola; e che molti professori anche di sinistra portano dentro la nostra e la loro Ilio umanistica nonché logico-matematica senza rendersene conto. Forse per un fatto di noia sociologica e antropo(gineco)logica: il grigio anonimato sociale che in questa società della tecnica incombe sulla figura del docente può indurre al brutto miraggio che fa scambiare la curiosità intellettuale con un cieco didatticismo perfomativo ove non un antidoto anti-tedio. In questo senso l’ultima frontiera è un certo corso (molto Steve Jobs fra Silicon Valley e Buddismo) di formazione teatrica per i docenti. Anche questo dovevamo sentire!
Ho letto la sua riflessione sul pezzo di G.L. e anche questo ulteriore pezzo che mi manda ora: li condivido totalmente nello spirito e nella lettera; mi consenta di metterla giù un po’ dura: gravi danni mi sembrano discendere dai matematici (qualora non illuminati da umanistiche sinergie coltivate rettamente nel tempo) quando vogliono improvvisarsi pedagoghi. Unicuique suum. E’ il vostro tempo (in verità più degli ingegneri che dei fisici e dei matematici); dico, prendetevi gli onori e lasciateci almeno gli oneri di pensare e ripensare alla paideia. E invece no: l’astratto formalismo del paradigma scientifico dell’ ‘esattezza’ pretende di dettare i suoi metodi anche sul paradigma della ‘verità’ dell’uomo. Ma forse vi è una ragione: quella della stessa mutazione genetica che sta subendo lo stesso umano con la sua già storica prospicienza verso il post-umano. In questo senso gli scienziati hanno già sostituito qualsiasi vago riferimento alla antica trionfante dialettica hegeliana per parlare in termini matematici di ‘singolarita’.
Chissà, caro preside, forse non siamo più altro che brontolosauri! La cui residualità non può essere nemmeno di monito ai nuovi titolari delle magnifiche sorti e progressive. Come appunto i brontosauri non lo furono per l’uomo. Adeguiamoci e diciamocelo almeno allora con una canzonetta questa insensatezza degli insegnamenti del passato verso un presente della didattica che oggi sembra più che mai blindato a costruire l’eternità su se stesso: «Hey mighty brontosaurus / Don’t you have a lesson for us / You thought your rule would always last / There were no lessons in your past».
Con i miei sempre più cari saluti











