Sinistra. Ritorno al conflitto
(pubblicato su il Fatto Quotidiano del 2/09/2018)
Si moltiplicano e si manifestano sempre di più le preoccupazioni per la deriva reazionaria in cui sta scivolando l’Italia e, più in generale, l’Europa. Si manifestano le preoccupazioni e si cerca di individuare nel bandolo della matassa dove sia il capo del filo da agguantare per sbrogliare l’impasse dentro cui si è insabbiata la sinistra italiana ed europea. In questo senso, l’ultima voce nota che si è levata è stata quella di Walter Veltroni con la sua lettera su Repubblica. L’abbiamo letta e non vi abbiamo trovato altro che la retorica melensa a cui Veltroni ci ha abituato e in un certo modo anche assuefatto in tutti questi anni. Per gli strumenti intellettuali che gli sono propri, a lui e a tutta la classe dirigente post-berlingueriana, non riusciamo nemmeno a fargliene una colpa. Forse invece, in un certo senso, un merito. Sì, perché a leggere la lettera di Veltroni, riflesso ineluttabile della sua stessa biografia politica, emerge probabilmente il concetto che la sinistra ha perso in tutti questi anni e che farebbe bene a ritrovare, studiare e a individuare nelle nuove modalità in cui esso si esprime nella società. Parliamo del concetto del conflitto (pensando sì a Marx ma soprattutto a Machiavelli). Probabilmente lo scollamento della sinistra riformista e della stessa sinistra radicale dalla società, infatti, risiede nell’avere smarrito nella logica quanto invece andava crescendo esponenzialmente nella realtà. Sia per una propria miopia che per una difficoltà a seguire le venature che il conflitto del terzo millennio covava sottotraccia a una società che, dopo il crollo del Muro, sembrava avviata alle magnifiche sorti e progressive. Una società complessa, fluida, come si è imparato a dire; una società quasi invertebrata in cui era probabilmente difficile anche per il migliore bisturi individuare le fenditure. Una società in cui non si percepivano più neanche i muscoli e con essi la loro stessa fisiologia antagonista. Che invece probabilmente si andava approfondendo e sempre più diffondendo in maniera microscopica. Veltroni e D’Alema non vedevano il conflitto e Bertinotti lo vedeva alla maniera dei mulini di Don Chisciotte. Per essere più precisi. Se la sinistra riformista perdeva sempre di più la categoria del conflitto quale strumento logico di interpretazione del reale, la sinistra radicale ha avuto la sprovvedutezza di scambiare la categoria del conflitto con quella della conflittualità. Cosa ben diversa! Il conflitto si studia, si individua, si interpreta e si rappresenta all’interno delle istituzioni; la conflittualità non ha bisogno di queste fatiche. E’ ideologia e si schiamazza. Ma su questo, il national trash dei vaffanculi grillini e del razzismo leghista è stato ed è certamente all’avanguardia rispetto alla stanca scolastica del radical shic bertinottiano. Se c’è dunque un punto da cui bisogna ricominciare per un fronte che voglia essere aderentemente progressista è quello del paziente studio del progresso che ha conosciuto storicamente la categoria del conflitto nel gran libro della società; del suo studio, dell’intendimento e della rappresentazione nelle istituzioni parlamentari. E’ un compito immane soprattutto nelle condizioni in cui versa lo stato del sapere delle classi dirigenti (e anche popolari) in Italia e in Europa; probabilmente nuove se ne dovranno attendere; che si facciano, da scrittura irriflessa, lettura e narrazione autocosciente di questo stesso libro. Chi, come il sottoscritto, appartiene strutturalmente (nella formazione intellettuale e nella dimensione del lavoro) a un’epoca essenzialmente passata deve innanzitutto ascoltare; moltiplicare i suoi punti di contatto con il nuovo mondo del (non) lavoro e approfondire il suo studio. A queste condizioni può aiutare in maniera maieutica la giovane generazione italiana ed europea che dovrà misurarsi con le chimere dei populismi. I populismi ossia le sofisticate scorciatoie dell’ignoranza con cui l’oppressione si rinnova lasciando in un flatus vocis, un vaffanculo o un vatteneinafrica, il respiro delle creature oppresse.













