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Platone e il prigioniero della c@verna

By admin
marzo 13, 2019
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(pubblicato il 27/03/2019 sulla rivista Education 2.0 diretta da Luigi Berlinguer)
La scuola è una grande cartina di tornasole e un osservatorio microcosmico privilegiato per uno sguardo su quello che è il macrocosmo della società. Così accade sempre più spesso che il male più diffuso del nostro tempo, le teste chine risucchiate e impigliate nella ragnatela digitale degli smartphone, sia anche una patologia che si fa fatica ad arginare fra gli stessi banchi scolastici. Una fatica che, oltre ad essere profusa durante le ore di lezione, si trasforma in stupore quando durante le stesse ore delle ricreazioni si vedono nugoli di ragazzi flessi appunto sui loro cellulari a interagire virtualmente pure l’uno accanto all’altro. Verso di loro il mio tono non è di condanna, come potrebbe invece colorirsi lo sguardo nei confronti degli adulti; piuttosto è un tono di preoccupazione. Una preoccupazione che si staglia nel controluce di uno sguardo platonico. Se infatti il filosofo ateniese ci dice, quanto alla sua teoria della conoscenza e della stessa realtà, che il mondo delle sensazioni e degli stessi oggetti sensibili è un mondo dell’illusione o comunque un mondo dove non si rintracciano criteri di intellezione del reale e della stessa realtà vera, con l’evoinvoluzione dell’uomo digitale, chino e impigliato fra i giga dei suoi smartphone, il precipizio antropologico si manifesta ancora più abissale. Le nuove generazioni, nella loro generalità, stanno infatti sempre più perdendo la capacità di sollevarsi al pensiero astratto; quello che dal dato sensibile li dovrebbe far elevare a un’intellezione razionale della realtà. Le difficoltà sempre più diffuse nelle matematiche sono lì a restituire una prova ahinoi alquanto tangibile di questa affermazione. Sennonché il problema che si va dischiudendo di fronte a uno sguardo filosofico della realtà e in ispecie della realtà giovanile ci mostra sempre di più una perdita dello stesso contatto con il mondo delle cose e delle sensazioni e una propensione a scambiare per vero ciò che di più basso proprio Platone indica come grado della realtà e della conoscenza: il mondo delle immagini che raffigurano le cose sensibili. Il precipizio gnoseologico ed ontologico in cui stiamo tutti precipitando insomma non è più solo quello di non riuscire più ad elevarci all’astrazione delle matematiche e della logica ma quello di perdere di vista e precipitare anche rispetto al mondo dei sensi, della realtà materiale; per essere fagocitati nella realtà tutta virtuale del mondo delle immagini. Se una volta, insomma, il sapere comune, al netto dell’astrazione, poteva dire di non credere a niente altro se non a ciò che vedeva e toccava ora il problema si manifesta nel fatto che stiamo finendo in un mondo che non crede a niente altro se non a ciò che visualizza e digita; e che appare su quella che non è più almeno la realtà sensibile ma la sua rappresentazione virtuale. Per andare da Platone a Hegel, potremmo dire che la nota affermazione di quest’ultimo, nel segno della compenetrazione fra realtà e logica, per cui “ciò che è reale è razionale e ciò che è razionale è reale” si sta via via di più trasformando in quello che è l’inno corale di questa fantasmagoria collettiva; la proposizione, in cui sempre di più si manifesta la compenetrazione fra realtà e iPhonemenologia, secondo cui “ciò che è virtuale è reale e ciò che è reale è virtuale”. Se temevamo di aver perso l’uomo della ragione, la nuova preoccupazione è quella di aver perso lo stesso uomo dei sensi. Di aver perso, nel suo precipizio più abissale, lo stesso uomo. Nel greco di Platone uomo si dice ‘anthropos’ ovvero ‘colui che guarda in alto’; che si solleva dallo sguardo orizzontale del mondo della sensibilità al mondo della teoria; qui ci troviamo sempre di più di fronte a uomini e a futuri uomini che stanno perdendo anche lo sguardo orizzontale, sempre più chini, come sono, sui loro smartphone; sempre più impigliati a intendere per vero quello che solo poteva prendere per vero l’uomo rinchiuso in catene nella caverna platonica con il suo mondo fatto di ombre. Un uomo che sempre di più non solo precipita ma nasce, pensiamo a coloro che oggi vengono indicati come millennials, in questo stato di cattività.
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Chi è Giuseppe Cappello

Giuseppe Cappello è nato a Roma nel 1969.

Dopo gli studi classici si è laureato in Filosofia presso l’Università di Roma «La Sapienza».
Insegna filosofia e storia al Liceo.

Ha pubblicato diverse sillogie di poesia: "Le danze dell’anima" , "Il canto del tempo", "Il gioco del cosmo", "Scuola", "Dì d’infinito" e "Vita nuova".

Autore del libro "Viaggio in Grecia" e ultimamente anche di un CD musicale dal titolo "Days of Infinity".

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