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Home›Res Publica›Italia agli Italiani … disse il podestà mandarino

Italia agli Italiani … disse il podestà mandarino

By admin
marzo 23, 2019
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(pubblicato su il Fatto Quotidiano del 24/03/2019 e su l’Espresso del 31/03/2019)

Forti con i deboli e deboli con i forti. E’ questa l’antropologia che distingue, al di là della fenomenologia politica, l’animo fascista degli individui. L’antropologia che c’è dietro alla brutale involuzione del popolo italiano. Per cui evidentemente il fascismo non è una “parentesi storica” (Croce); ma più verosimilmente il carattere ricorrente dell'”autobiografia di una nazione” (Gobetti). La temperie storica che stiamo attraversando e la sua concretizzazione politica sembrano non lasciare spazio ad altre interpretazioni. L’attuale simbiosi politica fra la maggioranza del nostro popolo e i suoi demagoghi, lo scaltro (che si defila e bluffa a Cernobbio) e lo sciocco (che firma a Villa Madama), si è dispiegata fin dall’inizio e si rinsalda, ad ogni levata del demagogo scaltro, fra le note del peana de “l’Italia agli Italiani!”. Un peana costruito sulla partitura ‘politica’ della caccia al migrante; della chiusura dei porti. In un mantra di macismo tricolore che si sgretola, nella più classica delle dinamiche macio-fasciste, quando ai porti bussano non i poveri africani in fuga dalla miseria e dalla guerra ma i ricchi e potenti cinesi. Se infatti sul porto di Lampedusa vi è, da parte di questo governo, la più intransigente vigilanza nazionalistica, per i moli di Trieste l’atteggiamento pare essere tutt’altro che vigile. Ed è qui che si va al cuore della questione: lì dove il difetto dell’antropologia fascista di un popolo non è l’immoralità ma l’ignoranza. Non è la crudeltà ma la cecità. Perché lì dove sarebbe molto più facile, qualora si posseggano vere virtù politiche, integrare il più debole e dare luogo a una solidarietà conveniente alla stessa demografia ed economia italiane, i demagoghi e il loro popolo non sanno fare altro che vedere e percorrere la via che che aprirà veramente le porte allo straniero. Che lo straniero, in un’Italia democratica, non è quello che in fuga dalla fame e dalla guerra chiede di sbarcare a Lampedusa, ma quello che arriva con i suoi soldi costruiti sull’oppressione di un altro intero popolo e la negazione di ogni diritto umano e del lavoro. Sulla cosiddetta nuova via della seta è questo, se ce n’è bisogno, che importeremo ancora di più; la negazione dei diritti umani e soprattutto dei diritti del lavoro. Mentre bestemmia contro l’Europa, Salvini, il nuovo podestà italiano del Celeste Impero, innalza la sua preghiera in mandarino (e in cirillico). Questo è stato e sarà sempre il fascista, al di la delle sue fenomenologie temporali: il furbo sciocco, forte con i deboli e debole con i forti. Per questo non c’è da sperare troppo che l’attuale maggioranza abbia a sgretolarsi; più che fra il giallo e il verde, essa vive appunto nella plastica identità, autobiografica di una nazione, fra la furbizia e la sprovvedutezza.

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Chi è Giuseppe Cappello

Giuseppe Cappello è nato a Roma nel 1969.

Dopo gli studi classici si è laureato in Filosofia presso l’Università di Roma «La Sapienza».
Insegna filosofia e storia al Liceo.

Ha pubblicato diverse sillogie di poesia: "Le danze dell’anima" , "Il canto del tempo", "Il gioco del cosmo", "Scuola", "Dì d’infinito" e "Vita nuova".

Autore del libro "Viaggio in Grecia" e ultimamente anche di un CD musicale dal titolo "Days of Infinity".

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