Lasciateci insegnare!
(pubblicato su Education 2.0 del 26/06/2019)
Ci siamo incontrati per caso con un amico mentre portavamo entrambi le nostre figlie al parco. Un amico e un collega. Non è passato qualche minuto fra gli aggiornamenti familiari che subito il discorso è andato su ciò che ormai per i docenti è sempre meno familiare: la didattica. La scuola, infatti, fra una miriade di folli e tantalici adempimenti burocratici sta sempre di più mettendo ai margini ciò che essa dovrebbe essere nella sua essenza. Ciò che, al variare delle sue specificità geostoriche, dovrebbe qualificarla per quello che è (e non può non essere): l’insegnamento. Il castello di carta e byte, precipitato come il napalm in email sempre più sulla soglia di una crisi dello spazio disponibile, circonda sempre più l’attività dei docenti fino arrivare al cuore stesso della città che essi hanno scelto a monte di abitare. E in cui, appunto, in una sorta di Vietnam burocratico, essi figurano sempre di più come reduci. Intender non lo può chi non lo prova. Ma oggi c’è di più: intender non lo può chi non lo disapprova! Si, perché oggi vi è una sorta di assuefazione a questa risoluzione del ruolo della guida spirituale a quella della guida amministrativa in cui non sembra emergere, nella categoria, se non il lamento, il mugugno e l’affanno. Si fanno, d’altra parte, grandi proclami di scioperi su temi veterosindacali (fra stoltezza e intelligenza col nemico) e non si vede che il tema è questo. Il problema è questo. Il problema dello spazio vitale che ancora è concesso al docente perché la sua esistenza possa essere accompagnata ogni giorno verso la sua essenza. Perché egli possa essere ancora un insegnante. Una figura di riferimento per la crescita e lo sviluppo di ciò che c’è di più prezioso nei ragazzi: il cuore e la mente. In una parola, il loro spirito. Per questo abbiamo scelto questa professione. Per rimanere fra i due fuochi lari della sapienza del passato e della fibrillazione del futuro. Una sapienza del passato che, fra il mare magnum di c@rte e di fuff@, è sempre di più il lontano miraggio del naufr@go che vorrebbe leggere, studiare, sapere. Nutrirsi di quel cibo di cui poi nutrire i giovani. Pure per uno stipendio il cui valore è stato già messo, a monte, tra parentesi. Ciò che però ora sta andando sempre di più tra parentesi, e di cui irriducibilmente vorremo invece continuare a nutrirci e a nutrire, è quello del salario che per il vero docente costituisce il sale, appunto, della vita. Lo stare in classe fra libri e ragazzi. Questa è la nostra vita. Il sale della vita che abbiamo scelto e per cui bisognerebbe lottare fra consapevolezza, condivisione, rivendicazione e uno slang liberatorio: fatece insegna’, anche per dieci ore al giorno, anche per quelle due lire che ci date, ma fatece insegna’!












