Big Ben ha detto stop (and go)

(pubblicato su il Fatto Quotidiano del 25/06/2016)

Premetto: sono un convinto europeista. E fino a che da noi si levavano gli ululati di Salvini; fino a che gli Ungheresi e gli Austriaci alzavano i loro muri; fino anche a che dalla Francia ci parlava il nazionalismo dei Le Pen; fino a che tutto questo succedeva potevamo liquidare il tutto giustamente come barbarie. Ma ora è stato il popolo inglese a parlare, il popolo della Magna Charta e del Bill of Rights, dell’ammiraglio Nelson e di Winston Churchill, il popolo che ha fermato ogni autoritarismo e totalitarismo in Europa, da Napoleone a Hitler. Bisogna dunque interrogarsi! Innanzitutto sul fatto che evidentemente la tecnocrazia finanziaria di Bruxelles (con la sua totalizzante prospettiva della risoluzione della polis nel mercato) ha fatto il suo tempo e evidentemente ha emesso il suo primo vagito la costruzione della cosiddetta Europa dei popoli; e se un popolo credibile doveva dare il segnale in questo senso allora il momento è venuto. La campana non ha suonato dalle pianure rurali dell’Austria e dell’Ungheria; non ha suonato dalla Padania o dalla stessa Vandea; ha suonato la campana dirimpetto alla City e allora è giunto il momento di fermarsi e riflettere. Non certo come tornare indietro ma come tesaurizzare il momento storico dell’unità economica e superarlo in quello dell’Europa politica. Per questo e di questo ha suonato la campana di Big Ben!

Oltre ad essere pubblicata sul Fatto Quotidiano, questa lettera, inviata anche a Michele Serra, è stata l’origine di un interessante e proficuo scambio di opinioni con il giornalista e scrittore. Lo riporto qui di seguito.

Caro Cappello, giusta la necessità di una riflessione sui burocrati della Ue e la loro evidente, desolante inadeguatezza. Ma le propongo anche un’altra riflessione. Nelle città inglesi ha stravinto l’europeismo. A Edimburgo (alla quale dedico la mia Amaca di domani) il “remain” ha avuto il 75 per cento! E’ la città più colta del Regno Unito. Brexit ha stravinto nelle zone rurali, nelle piccole città, nelle periferie. Ha vinto tra gli anziani e tra i meno istruiti. E dunque sì, un poco di Vandea io ce la vedo, in questo voto che vede le metropoli sconfitte dal “contado”. Se si fosse votato nel 1789, un referendum a favore della Rivoluzione francese avrebbe vinto (forse) solo a Parigi…

Grazie della sua

Michele Serra

Caro Michele Serra,
condivido pienamente la riflessione che mi propone! Effettivamente c’è un po’ di Vandea in questo voto e come lei acutamente mi indica … se si fosse votato nella Francia del 1789, la Rivoluzione avrebbe vinto (forse) solo a Parigi. A scanso di equivoci infatti la borghesia (con un occhio al re e uno proprio al popolo) il 13 luglio istituì il suo esercito della Guardia Nazionale: i conti tornano! Su una cosa, ritornando all’oggi, però mi viene da pensare: non ci stiamo forse abituando anche noi, che cerchiamo di guardare il senso e lo spirito dei problemi, a un’analisi troppo indulgente e positivistica nei confronti delle statistiche e dei numeri? In fondo quando un popolo vota è “un” popolo (soprattutto quello inglese) con tutte le sue relazioni più intime in se stesso (nel segno della sintesi che va oltre l’analisi); e forse, a fronte delle giustissime e doverose analisi della distribuzione del voto, recuperare il senso del politico di fronte all’economico (anche in vista della costruzione dell’Europa) magari può avere un suo vagito aurorale proprio nella relativizzazione della prospettiva algebrica nei confronti dell’espressione del popolo. Non dico, per carità, di ritornare ai concetti della ‘volontà generale’ di Rousseau finanche al ‘Volksgeist’ del romanticismo tedesco; e però recuperare l’idea del popolo come relazione e non come semplice espressione numerica forse ci aiuterebbe anche nella ricostruzione dell’Europa o almeno della nostra amata-odiata sinistra italiana.

Con i più cordiali saluti e un ringraziamento per la sua attenzione e interlocuzione su quanto di tanto in tanto le scrivo,

Giuseppe Cappello

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